Il Santuario di Ercole Vincitore a Tivoli rappresenta uno dei vertici dell'ingegneria tardo-repubblicana, un complesso monumentale dove la perizia tecnica si fonde con una visione urbanistica e infrastrutturale senza precedenti. Al centro di questo organismo architettonico si colloca la via tecta, una galleria voltata che permetteva al clivus tiburtinus, l'ultimo tratto della Via Tiburtina, di attraversare le sostruzioni del santuario senza interrompere la sacralità dell'area superiore né il flusso vitale dei commerci e della transumanza.
La realizzazione della via tecta non fu un processo lineare, ma il risultato di un'audace risposta a catastrofici dissesti strutturali avvenuti durante la costruzione, che imposero il passaggio da sistemi di contenimento primitivi a una concezione rivoluzionaria di "sostruzione cava". L'analisi delle tecniche costruttive impiegate rivela un uso sapiente dell'opus caementicium, l'integrazione di sistemi di scarico delle forze in travertino e un'attenzione ossessiva per la gestione dei carichi su un terreno geomorfologicamente instabile.
La scelta del sito per l'edificazione del santuario rispondeva a precise esigenze di visibilità e controllo del territorio, sorgendo sulle pendici di una scarpata che domina la vallata dell'Aniene. Tuttavia, il terreno presentava criticità estreme legate alla sua origine geologica. Il complesso poggia infatti su una terrazza fluviale pleistocenica formata dal Paleo-Aniene, caratterizzata dalla presenza massiccia di tartaro, una forma di carbonato di calcio di origine fluviale meno densa e più porosa rispetto al travertino di cava profonda.
La fragilità del substrato, unita alla forte pendenza della scarpata (che scende per oltre 40 metri verso il fiume), condizionò ogni scelta tecnica. Le prime fasi del progetto non avevano pienamente valutato il rischio di scivolamento delle masse di riporto necessarie per creare il vasto pianoro di tre ettari su cui doveva sorgere il tempio. La gestione delle acque meteoriche e sotterranee, provenienti dalla valletta occupata oggi da Villa d'Este, aggravava ulteriormente la stabilità del versante, favorendo processi di erosione e riduzione della coesione del terreno.
La prima fase costruttiva, databile alla metà del II secolo a.C., rifletteva un approccio ancora tradizionale alla realizzazione dei santuari laziali a terrazze. In questa fase, il clivus tiburtinus era concepito come una via scoperta che seguiva diagonalmente il pendio, fiancheggiata da una serie di tabernae sul lato meridionale. Per sostenere il piano del santuario, i progettisti avevano previsto un massiccio interro, ovvero un riempimento di terra e detriti, contenuto da una serie di lunghi muri sub-paralleli disposti in direzione nord-sud.
Questo sistema si rivelò drammaticamente inadeguato. La spinta esercitata dall'enorme massa inerte dell'interro, unita alla debolezza delle fondazioni sul tartaro e alle infiltrazioni d'acqua, innescò un collasso strutturale diffuso. Le strutture in costruzione iniziarono a subire fenomeni di rototraslazione verso occidente, con fessurazioni profonde che interessarono non solo i muri di briglia ma anche le prime elevazioni del tempio, come dimostrato dallo sprofondamento della scala frontale. L'inadeguatezza progettuale risiedeva nel tentativo di contrastare una spinta dinamica con un sistema di contenimento statico e frammentato, incapace di gestire i carichi eccentrici generati dalla pendenza.
L'analisi del quadro fessurativo ha rivelato che il collasso fu causato da due matrici principali: una verticale, con origine nelle fondazioni, e una orizzontale, legata alla spinta laterale del terreno. Le strutture, non essendo ancora solidali tra loro, reagirono in modo disomogeneo, subendo traslazioni e rotazioni differenziate a causa dell'attrito con il terreno e della presenza di preesistenze murarie che fungevano da fulcri involontari del movimento. Questo disastro impose una sospensione dei lavori e una riprogettazione generale del complesso che portò alla nascita della via tecta come la conosciamo oggi.
La soluzione al dissesto della prima fase non fu un semplice rinforzo dei muri esistenti, ma una radicale trasformazione della tipologia edilizia: l'invenzione della "sostruzione cava". Il nuovo progetto, probabilmente supervisionato dall'architetto Lucio Cornelio (noto per il Tabularium di Roma), prevedeva l'eliminazione dei massicci interri di terra a favore di una struttura architettonica articolata su più livelli, capace di agire come un gigantesco contrafforte vuoto.
La via tecta divenne l'elemento cardine di questa trasformazione. La vecchia strada scoperta fu inglobata in una galleria voltata al terzo livello del complesso, servendo contemporaneamente come asse viario e come elemento strutturale di collegamento tra la vecchia struttura meridionale e il nuovo, maestoso fronte settentrionale. Questa struttura si eleva per oltre 40 metri sopra l'Aniene, articolandosi in cinque livelli di ambienti sovrapposti che riducono drasticamente il peso totale gravante sul versante rispetto alla soluzione del pieno interro.
La struttura cava non era solo un accorgimento per risparmiare materiale, ma un sofisticato sistema di distribuzione dei pesi e delle spinte. Ogni livello aveva una funzione specifica nella meccanica complessiva del santuario.
Livelli inferiori (1-2): Fondazioni e ambienti tecnici destinati a stabilizzare la base della scarpata e a gestire il drenaggio delle acque profonde.
4 Terzo livello (Via Tecta): La galleria di transito, fiancheggiata da ambienti voltati che fungevano da contrafforti per le spinte laterali. Sul lato sud rimasero le botteghe della prima fase, mentre sul lato nord furono creati nuovi grandi vani con luci superiori ai 10 metri.
Quarto e quinto livello (Portici): Ambienti destinati alla vita pubblica e religiosa del santuario, caratterizzati da una facciata ad archi inquadrati da semicolonne doriche che rifletteva la regolarità e la potenza dell'architettura romana.
La via tecta è architettonicamente definita come una galleria formata dall'estrusione di un arco a tutto sesto lungo l'asse del clivus tiburtinus.
In una volta a botte, la forza di gravità che agisce sulla chiave di volta viene trasformata in una spinta diagonale che tende a spingere le pareti laterali verso l'esterno. Nella via tecta, questo problema era amplificato dal fatto che la galleria doveva sostenere non solo il proprio peso, ma l'intero sovraccarico del portico superiore e, indirettamente, la spinta del terreno del tempio.
Per contrastare queste forze, i costruttori romani adottarono tre strategie principali:
Rinfianchi massicci: Le pareti laterali della galleria furono realizzate con spessori considerevoli, utilizzando un conglomerato compatto di calce e ottima pietra calcarea.
Setti trasversali: Gli ambienti quadrati posti ai lati della via tecta agivano come contrafforti interni, assorbendo la spinta laterale della volta principale e scaricandola sulle fondazioni.
Archi di scarico integrati: All'interno della massa cementizia della volta furono inseriti archi in conci di travertino, visibili oggi in diversi tratti della galleria, progettati per incanalare il peso verso i pilastri portanti della sostruzione.
Il successo della via tecta non è dovuto solo alla forma geometrica della volta, ma alla qualità dei materiali impiegati, in particolare l'opus caementicium. Se nella prima fase del santuario si era utilizzato un materiale eterogeneo allettato in poca malta, nella seconda fase si passò a un calcestruzzo romano di eccezionale compattezza.
Il legante fondamentale era costituito da una miscela di calce e pozzolana. La calce viva veniva prodotta bruciando pietre calcaree in forni a circa 900°C. Una volta spenta con acqua, diventava idrossido di calcio, una pasta plastica che, mescolata con la pozzolana (una cenere vulcanica ricca di silice amorfa e allumina), dava vita a una reazione chimica straordinaria che la trasformava in malta da aerea in idraulica, permettendole di indurire anche in ambienti umidi o sott'acqua e conferendole una resistenza meccanica che cresce nel tempo. Nella via tecta, l'uso di pozzolane selezionate permise di creare un nucleo cementizio monolitico, privo dei punti di debolezza tipici delle strutture a blocchi.
La scelta del materiale lapideo aggiunto alla malta fu decisiva per superare i dissesti iniziali. Se nella prima fase si erano usate le "concrezioni travertinose" locali (tartaro), meno idonee perché porose e fragili, nella seconda fase si passò all'uso di ottimo calcare di monte. Questi inerti, di dimensioni variabili da un pugno a blocchi più grandi, venivano disposti manualmente all'interno delle casseforme lignee e poi saturati con la malta, creando una struttura a strati estremamente densa e resistente alla compressione.
La protezione e la finitura delle superfici murarie della via tecta e delle sostruzioni riflettono l'evoluzione estetica e funzionale del periodo repubblicano.
Opus Incertum
La maggior parte della galleria è realizzata in opus incertum, una tecnica dove il paramento esterno è costituito da pietre di forma irregolare inserite nel nucleo cementizio. A Tivoli, l'incertum della seconda fase si presenta notevolmente più regolare rispetto ai modelli precedenti: le pietre hanno dimensioni più uniformi e i giunti di malta sono ridotti al minimo, creando una superficie che, sebbene non geometrica, garantisce una protezione efficace contro l'erosione e gli agenti atmosferici.
Opus Reticulatum in Travertino: un'anomalia tecnica
In alcune zone adiacenti alla via tecta, come la cavea del teatro che si appoggia alle sostruzioni, si riscontra l'uso di un opus reticulatum atipico. Mentre a Roma i cubilia (i blocchetti a forma piramidale) erano solitamente in tufo, a Tivoli sono realizzati in pietra calcarea o travertino. Questa scelta tecnica è di particolare interesse: il travertino è molto più duro e difficile da lavorare rispetto al tufo, ma la sua disponibilità in situ (probabilmente derivante dal recupero di materiali della prima fase fallita) rese conveniente il suo utilizzo. Questo reticolato in travertino rappresenta un unicum che dimostra la flessibilità dei cantieri tiburtini e la capacità di adattare le tecniche standard alle risorse locali.
L'integrazione tra l'opus caementicium e l'opus quadratum (blocchi di pietra squadrati) è uno degli aspetti più sofisticati della via tecta. Nei punti di massima sollecitazione, come le testate della galleria o gli angoli dei pilastri della sostruzione cava, i romani non si affidarono esclusivamente al cementizio.
Archi di scarico e chiavi di volta
I grandi arconi che scandiscono il percorso della via tecta sono realizzati in conci di travertino perfettamente tagliati. Questi elementi avevano una doppia funzione:
Strutturale: Agivano come nervature rigide che assorbivano il carico verticale dei livelli superiori (quarto e quinto) e lo trasmettevano direttamente ai pilastri di base, proteggendo la volta cementizia sottostante da possibili cedimenti differenziali.
Costruttiva: Durante il cantiere, questi archi di pietra potevano fungere da supporto parziale per le casseforme lignee necessarie alla gettata della volta cementizia, accelerando i tempi di costruzione.
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L'uso delle casseforme (centine)
La realizzazione della volta della via tecta richiese l'impiego di enormi strutture in legno, note come centine. Queste intelaiature dovevano sostenere il peso del calcestruzzo fluido fino al suo completo indurimento. L'analisi della superficie interna della volta rivela in alcuni tratti le impronte delle assi di legno, dimostrando che i romani utilizzavano casseforme a tenuta stagna per evitare la perdita di "latte di calce", garantendo così la massima resistenza superficiale del calcestruzzo.
Una galleria lunga centinaia di metri, destinata al transito di uomini e animali, non poteva essere un ambiente insalubre e oscuro. La via tecta integrava soluzioni tecniche per l'illuminazione zenitale e l'aerazione.
Lungo il tracciato sono presenti aperture comunicanti con l'esterno o con i livelli superiori del santuario. Questi "lucernari" non solo permettevano l'ingresso della luce naturale, ma creavano un ricircolo d'aria essenziale per dissipare gli odori della transumanza e l'umidità interna. La loro posizione era accuratamente studiata per non indebolire la struttura della volta: venivano solitamente collocati nei rinfianchi o in corrispondenza di pilastri rinforzati, dove la spinta dell'arco era già stata convertita in carico verticale.
Un altro elemento critico risolto nella seconda fase fu il drenaggio. Tra il muro di fondo della via tecta e il terreno del versante furono realizzate intercapedini di drenaggio e canali di scolo.
La regolarità formale della via tecta e la raffinatezza delle soluzioni adottate nella seconda fase suggeriscono un unico disegno organico, attribuibile a un architetto di grande esperienza.
La straordinaria solidità delle tecniche costruttive impiegate nella via tecta ha permesso al monumento di assorbire trasformazioni d'uso radicali senza collassare. Dopo l'abbandono del culto nel VI secolo d.C., la galleria divenne nota come "Porta Oscura" e iniziò una vita secondaria legata allo sfruttamento della forza motrice dell'Aniene.
A partire dal medioevo e fino al XX secolo, gli ambienti del santuario ospitarono cartiere, mulini, una manifattura della lana e persino una fabbrica d'armi del Vaticano. La via tecta e i vani della sostruzione cava si rivelarono ideali per ospitare macchinari pesanti e sistemi di canalizzazione dell'acqua. Nel 1884, l'integrazione di una centrale idroelettrica all'interno del complesso (che permise a Tivoli di essere la prima città d'Italia illuminata elettricamente) mise a dura prova le strutture romane. Lo scavo del canale Canevari, che attraversa parte del santuario, causò una rottura dell'unità spaziale originaria, ma le volte della via tecta dimostrarono una resilienza strutturale eccezionale, resistendo alle vibrazioni e alle sollecitazioni meccaniche dei nuovi impianti.
Il complesso della via tecta a Tivoli non è solo una strada coperta, ma un manifesto della capacità romana di correggere l'errore attraverso la scienza costruttiva. Il passaggio dalla prima fase fallimentare alla stabilità della seconda fase si fonda su tre pilastri tecnici:
Sostituzione della massa con la struttura: L'interro pieno è stato sostituito dalla sostruzione cava, riducendo il carico statico e migliorando la stabilità del versante.
Eccellenza dei materiali: L'adozione di pozzolane e calcari di alta qualità per l'opus caementicium ha creato un corpo murario monolitico capace di resistere a tensioni interne che avrebbero disgregato le murature precedenti.
Integrazione tra pietra e calcestruzzo: Gli archi di scarico in travertino hanno fornito una "ossatura" rigida che ha permesso di gestire i carichi eccentrici della scarpata.
In definitiva, la via tecta rappresenta l'affermazione della firmitas romana su un ambiente naturale ostile. Le tecniche costruttive qui impiegate, dal sapiente uso della volta a botte alla gestione idraulica delle spinte del monte, anticipano la grandiosità delle terme, degli acquedotti e dei teatri dell'età imperiale, facendo del Santuario di Ercole Vincitore una pietra miliare insostituibile nella storia dell'ingegneria mondiale.

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