giovedì 18 marzo 2021

Saluti da Tivoli | Le Terme Acque Albule in un articolo giornalistico di fine '800.



Il sole batte spietatamente sul selciato della città, e lo scirocco prostra animi e corpi, non c'è quasi altro scampo che o di accorrere agli stabilimenti primitivi che sorgono a Ponte Mollo e a Castel Sant'Angelo, ed immergersi nelle acque bionde del Tevere; ovvero, se si ha tempo, correre sino a Civitavecchia od a Palo, a tuffarsi nell'onda azzurra del mare.
E le Acque albule? Ah! è vero; ma anche ìi per andarci bisogna percorrere tra andata e ritorno una quarantina di chilometri, e digerirsi Dio sa quanti chilogrammi di polvere e, di forno. Eppure con tutto questo le acque albule, le antiche acque sanctissime dei Romani, sono le più vicine a Roma, e bisogna salutarle come una grazia di Dio.
Naturalmente bisogna andarci di mai tino. Si traversa Roma nelle prime ore del giorno, quando la città non si è ancora completamente destata dal sonno. Roma nelle ore mattutine ha una fìsionomia tutta speciale, una fìsionomia tranquilla, campagnuola. Sulla piazza di Montecitorio, invece dei soliti crocchi di deputati, ci sono branchi di pecore accoccolate per terra in atteggiamento grave e pensoso. Per il Corso, invece dei cocchi eleganti, passano butteri a cavallo, con lancia in resta, come tanti Don Cosciotte redivivi sulle piazze, gruppi di contadini e di ciociare; le campane delle chiese che salutano l'alba pare abbiano il tono dei campanelli dei villaggi. Per tutto un silenzio, una quiete, una nota di vita dei campi, che non scompare che lassù a piazza di Termini, davanti al rumore continuo della stazione ferroviaria. Per arrivare alla stazione della tranvia a vapore, fuori porta San Lorenzo, si inghiottisce un subisso di polveri. Perchè il Municipio di Roma, pensando che si tratta della polvere più sacra del mondo, si piglia pur guardia di farla annacquare; temerebbe di profanarla!
La tranvia passa davanti all'antica basilica di San Lorenzo, saluta le zolle fumose di Campo Verano, e per la via Tiburtina s'inoltra nel deserto immenso, triste e solenne della campagna romana. Eccoli qui gli antichi campi ubertosi del Lazio. Una campagna triste, uniformemente ondulata, ove si sente l'alito della febbre errare tra i giunchi e i pruneti. Una pianura incolta, ove i rossi papaveri spiccano tra le odorose ginestre; di quando in quando qualche capanna lurida, cadente, qualche rùdere di un sepolcro o di una villa romana, uno scampolotto di campicello lavorato, ridente ma solitaria oasi nel deserto sconfinalo; branchi di buoi che sollevano dietro gli sterpi le corna immani; qualche rigagnolo melmoso che si perde tra i giuncheti; qualche gruppo di contadini che falciano le messi sotto la sferza del sole di luglio, e che salutano con alte grida il passaggio della tranvia ; dovunque un'aria calda, afosa, opprimente, un odore di malaria ; soltanto laggiù in fondo, ridente corona al malinconico quadro, la cerchia pittoresca dei monti Albani e dei monti Sabini. In mezzo a questo deserto sorge da poco più di un anno lo stabilimento delle Acque Albule.
Il fischio della vaporiera ci avverte che siamo arrivati; ma prima ancora del fischio ce ne avverte l'odore acre, penetrante di ova fradicie che emana dalle acque sulfuree. La tranvia ci conduce proprio nell'interno dello stabilimento. Lo stabilimento è nuovo, e perciò bello, comodo, discretamente elegante; ha le sue sale d'aspetto, il suo caffè ristorante, la chiesuola, la farmacia, i suoi giardini. Dentro lo stabilimento è un vero diavolio d'acqua. Canali, canaletti, vasche grandi, piccole, laghetti, cascate, grotte forniate di depositi calcari, in cui l'acqua irrompe violentemente sollevando una nebbia sottilissima. L'acqua ha il colore dell'opale, un bianco azzurrognolo come di acqua saponata. La temperatura si mantiene costantemente d'estate come d'inverno a ventitré centigradi. Il proprietario dello stabilimento assicura che le Acque albule sono una vera piscina probatica, una panacea universale che guarisco tutti i mali del mondo. Perchè allora — gli ho chiesto io — non si è pensalo a costrurre nello stabilimento degli appartamenti per chi volesse dimorarvi qualche po' di tempo? — Perchè? — -mi rispose lui. — Per lo stesso motivo per cui la campagna qui attorno è tutta un deserto. C'è la malaria qui, e nessuno si avventurerebbe a passarci la notte. Dalle Acque albule facciamo una corsa sino a Tivoli; tanto non c'è che una mezz'oretta di tranvia. Salutiamo il mite solum Tiburis , caro ad Orazio, popolato di oliveti; salutiam0 il Tibur supinum, le balze rocciose del monte Catillo, i ruderi della villa di Mecenate, il tempio della Sibilla, le cascate spumose dell'Aniene, le valli e le grotte umide, popolate di felci re di anemoni. E prima di ritornare a Roma, diamo una capatina alla villa Adriana, ove, tra i cipressi e i ruderi giganteschi, ci parrà di udire mormorare quei versi dell'imperatore Elio Adriano:
Animula vagula, blandula,
hospes comesque corporis
quae nunc abibis in loca
pallidula, rigida, nudula,
nec, ut soles, dabis iocos.
Fonte : La Stampa, 9 luglio 1881
Foto : Ingresso delle Acque Albule nel 1962

sabato 30 gennaio 2021

Poesie dialettali | "Le commodità de mò" di Tito Silvani



A Tivoli cì steanu quattro porte,
passeanu le carozze e li caritti,
l'ommini a cavallu e quilli ritti,
comodamente se potea rentrà.
Però mò che ci stau lí torpeduni,
comme ci passi più, restanu stritti,
li sindachi de prima, zitti zitti,
l'hannu sbragate e 'n s'è parlatu più.
Ci stea 'n inconveniente a quelle porte:
l'artezza non bastea pe' tanta gente;
beato chi ci avea le corna corte.
Quistí de mó, co' lla chirica rasa,
sebbè só longhe non c'importa gnente:
reazzanu la porta della casa