N ella Tivoli dell’Ottocento, la vita scorreva seguendo una partitura dettata dal fragore dell’Aniene e dal rintocco dei sacri bronzi che scandivano il tempo di una comunità laboriosa e rigidamente stratificata in cinque ceti ben definiti. La giornata tipo del popolo tiburtino iniziava ben prima dell’alba, spesso accompagnata dal martellare incessante delle incudini e dal soffio dei grandi mantici delle ferriere situate presso la Porta Scura, in quella che la tradizione identificava erroneamente come la Villa di Mecenate. Mentre i lavoratori specializzati si chiudevano per undici o dodici ore negli opifici per produrre viti e ferramenta destinate al mercato romano, una moltitudine di contadini e braccianti, definiti foretani, si riversava negli oliveti secolari e nei vigneti di pizzutello che disegnavano il paesaggio delle pendici collinari. Il tempo pubblico non era un concetto astratto ma un servizio essenziale mantenuto dal Municipio, che curava con attenzione il funzionamento degli...
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