20 Febbraio 1305: La fine dell’ultimo lago di Nerone a Subiaco


La storia idraulica del Lazio nasconde eventi di portata catastrofica che hanno cambiato per sempre il volto del territorio. Uno dei più rilevanti, eppure meno noti al grande pubblico, è il crollo della diga neroniana di Subiaco, avvenuto il 20 febbraio 1305. Questo evento non segnò solo la fine di un'imponente opera di ingegneria romana, ma cancellò definitivamente i celebri Simbruina Stagna, i laghi artificiali voluti dall'imperatore Nerone per abbellire la sua residenza estiva.



Per comprendere l'entità del disastro, bisogna risalire al I secolo d.C., quando Nerone fece sbarrare il corso dell'Aniene con tre mastodontiche dighe, creando tre laghi artificiali che diedero il nome alla località: Sublaqueum (sotto il lago), l'odierna Subiaco. Sebbene due di questi bacini fossero già andati perduti nei secoli precedenti, l'ultimo — il più imponente — aveva resistito per oltre 1200 anni, integrandosi perfettamente nel paesaggio monastico medievale.

Il 1305 era un anno di interregno per l'abbazia di Santa Scolastica (periodo di sede vacante). Il 20 febbraio, una tempesta di violenza inaudita, descritta dai cronisti come un "nuovo diluvio", colpì i monti Simbruini. Le piogge torrenziali, unite allo scioglimento repentino delle nevi, gonfiarono l'Aniene a tal punto da trasformare ogni ruscello in una fiumana distruttiva che minacciava le strutture del monastero.

Di fronte alla pressione terrificante delle acque, il timore che la diga potesse cedere improvvisamente portò i monaci di Santa Scolastica a compiere un gesto estremo. Due religiosi, descritti come i più "animosi", salirono sul muraglione e rimossero alcuni grandi massi dal coronamento della diga, sperando di favorire un deflusso controllato.

Tuttavia, l'azione ebbe l'effetto opposto: la forza della corrente, trovando un punto debole, esercitò una pressione tale che il muraglione non poté più resistere. La struttura si inclinò e rovinò al suolo, liberando istantaneamente l'enorme massa d'acqua contenuta nel bacino.

L'alluvione che ne seguì fu devastante. L'onda di piena travolse tutto ciò che incontrò lungo la valle dell'Aniene:

  • Infrastrutture: Il ponte che conduceva a S. Lorenzo e i robusti ponti di legno (ponti sublicii) furono polverizzati, così come il ponte di Pantanello.
  • Economia locale: I mulini della Mandra, vitali per la comunità, furono rasi al suolo insieme alle loro mura di cinta.
  • Vite umane: Il disastro non risparmiò nessuno. Contadini e pastori al lavoro nei campi furono sorpresi dalla velocità dell'acqua; la cronaca del Mirzio riporta cupamente che "uomini e pecore morirono miseramente senza distinzione".

Con il crollo del 1305, l'Aniene riprese il suo corso naturale e l'ultimo dei laghi di Nerone scomparve per sempre. Oggi rimangono solo i grandiosi resti delle sostruzioni romane e i racconti dei cronisti a testimoniare l'esistenza di quello che un tempo era un paesaggio di acque e marmi imperiali, ora sostituito dal fragore del fiume che scorre libero verso la valle.


Fonti bibliografiche:

  • Vincenzo Pacifici, Gregorio XVI e la Cascata dell'Aniene, 1935.
  • Cherubino Mirzio, Chronicon Sublacense (sec. XVII), ed. 1885.
  • Antonio Nibby, Analisi storico-topografica-antiquaria della carta de' dintorni di Roma, 1849.
  • Pietro Hostini, Relazione sullo stato dell'Aniene, 1747 (citato in S. Viola).
  • Stanislao Viola, Cronaca delle diverse vicende del fiume Aniene in Tivoli, 1835.