Nel cuore del Cinquecento, la città di Tivoli viveva un periodo di straordinario fervore culturale e sociale, influenzata dalla presenza della corte estense e regolata da statuti cittadini molto precisi. In questo contesto, il matrimonio non era soltanto un’unione tra due individui, ma un evento pubblico di enorme rilievo che coinvolgeva famiglie, fazioni politiche e l'intera comunità. La celebrazione iniziava ben prima del rito religioso con gli "sponsalia", ovvero la promessa solenne di matrimonio. Questo atto aveva un valore giuridico e sociale quasi pari alle nozze stesse, venendo spesso ratificato da un notaio attraverso un "istromento" che stabiliva i patti dotali e i legami tra le stirpi. Gli sponsali erano così determinanti da essere utilizzati come veri e propri strumenti di diplomazia; nel 1491, ad esempio, la storica pace tra le potenti casate degli Orsini e dei Colonna fu sancita proprio attraverso la pianificazione di vari matrimoni tra i rispettivi membri durante un banchetto celebrato presso il ponte dell'Acquoria.
Il giorno delle nozze, la sposa veniva condotta alla casa dello sposo in un corteo fastoso. Le cronache del tempo descrivono la donna che avanzava fieramente a cavallo o in cocchio, accompagnata da una moltitudine di gentiluomini. L'abbigliamento era un segnale inequivocabile dello status sociale, sebbene fosse rigidamente normato dalle leggi suntuarie del Comune per evitare eccessi che potessero rovinare le famiglie. Mentre le nobili potevano sfoggiare vesti con maniche trinciate e preziosa tela d'oro sottostante, le spose del popolo dovevano attenersi a colori specifici come l'azzurro o il verde giallastro, con un limite di spesa per l'abito fissato in quaranta libbre. Le doti riflettevano questa stratificazione, oscillando mediamente tra i trecento e i mille scudi d'oro.
Il banchetto nuziale rappresentava il culmine dei festeggiamenti ed era caratterizzato da un'abbondanza di portate che oggi definiremmo monumentali. Gli invitati venivano deliziati con capponi, galline, piccioni stufati, lepri, tordi e carni fasanate. Non mancavano specialità locali come le torte "verdi" e "bianche", le papardelle sfumate e pasticci di vario genere. La raffinatezza della tavola si manifestava anche nei dolci, dove trionfavano struffoli, biancomangiare, mandorle mondate, confetti di diverse qualità e l'immancabile acqua rosa. Un rituale domestico molto suggestivo avveniva all'inizio della cena: lo "scalco", ovvero il maestro di cerimonia, offriva alla sposa l'acqua per lavarsi le mani in un bacile e lei, in segno di gratitudine e riconoscimento del servizio prestato, gli donava due fazzoletti.
Le tradizioni proseguivano anche dopo la prima notte di nozze con usanze dal forte sapore popolare. La mattina seguente, i giovani parenti dello sposo usavano recarsi a casa della sposa per richiedere delle galline, solitamente un paio o due, come conferma simbolica della consumazione del matrimonio. Entro otto giorni dall'evento, i genitori della sposa erano obbligati per statuto a offrire un banchetto di ringraziamento, chiamato "le gratie", ai nuovi coniugi e ai parenti dello sposo. Se questa cortesia non veniva rispettata, il marito aveva il diritto legale di esigere dai suoceri un indennizzo di dieci scudi, a testimonianza di quanto profondamente queste consuetudini fossero radicate nella struttura legislativa e sociale della Tivoli del XVI secolo.
Fonti:
- Andrei Gianni, Personaggi della Storia di Tivoli, 2020.
- Cascioli Giuseppe, Gli uomini illustri o degni di memoria della città di Tivoli dalla sua origine ai nostri giorni, 1927.
- Del Re Antonio, Dell’Antichità Tiburtine (Capitoli I-II, edizione a cura di P. Candido), 1607/2012.
- Nicodemi Marco Antonio, Storia di Tivoli (Tiburis Urbis Historia), 1589/1926.
- Pacifici Vincenzo, Annali e memorie di Tivoli di Giovanni Maria Zappi (sec. XVI), 1920.
- Tani Tommaso, Cinque anni di assessorato, 1921.
