Ferri, Fuoco e Acqua: Quando Tivoli Armava i Soldati del Papa

 Nel corso del XVII secolo, Tivoli consolidò il suo ruolo di polo manifatturiero d’eccellenza all’interno dello Stato Pontificio, trasformando la forza motrice dell’Aniene in una risorsa strategica per la difesa militare. Definita la "chiave di Roma" per la sua posizione geografica, la città divenne il cuore pulsante di una produzione bellica su vasta scala, capace di rifornire le principali guarnigioni della Chiesa

 



Il massimo splendore di questa attività si raggiunse sotto il pontificato di Paolo V (1605-1621). Grazie alla direzione di Don Mario Farnese, generale della Chiesa, furono introdotte a Tivoli maestranze altamente specializzate per la creazione di ogni sorta di armi da guerra. Le cifre riportate dalle cronache dell’epoca sono impressionanti: le officine tiburtine produssero ben 12.000 armature per fanti destinate a Castel S. Angelo, 5.000 per il Palazzo Vaticano e altrettante per le armerie di Ravenna e Ancona. A questa produzione si aggiunse la fusione di 80 pezzi d’artiglieria, confermando la città come un vero e proprio arsenale moderno.

L’importanza di tale comparto rese necessaria una rigorosa disciplina legislativa per garantire la qualità e il controllo della produzione. Un momento fondamentale di questo processo fu la pubblicazione, il 13 febbraio 1607, di un bando ufficiale intitolato «Bando sopra l’osservanza de’ capitoli della fabbrica di Moschetti ed Archibugi in Tivoli». Questo documento, oggi conservato presso la Biblioteca Casanatense, stabiliva norme precise per gli armaioli locali, regolamentando ogni fase della costruzione delle armi da fuoco lunghe per assicurarne l’efficienza bellica e prevenire abusi o difetti di fabbricazione.

Il segreto del successo tiburtino risiedeva nell’uso sapiente dell’energia idraulica. Le acque dell’Aniene alimentavano complessi macchinari: esistevano stanze dedicate alla lavorazione del ferro e del rame dove l’acqua muoveva i grandi mantelli per soffiare il vento alle fucine. Altre strutture erano specializzate nella trapanatura delle canne da schioppo e nell’arrotatura delle armi grosse, mentre botteghe specifiche si occupavano dell'incassatura nel legno, la fase finale in cui i meccanismi metallici venivano assemblati ai fusti.

In parallelo, crebbe la produzione di polvere pirica. Le aree di Castrovetere e quelle vicine alle cascate, ricche di salnitro, ospitavano polveriere che alimentavano costantemente le scorte della Rocca Pia e delle armerie romane. Nonostante i rischi legati a questa industria — culminati nel disastroso incendio del 1693 — il Seicento rappresentò per Tivoli un'epoca in cui l'ingegno tecnico e la forza della natura si unirono per fare della città un pilastro insostituibile dell'apparato militare pontificio.


Fonti |

  • Autori vari, Tivoli. Tremila anni di storia, 2020.
  • Bulgarini, Francesco, Notizie storiche, antiquarie, statistiche ed agronomiche intorno all’antichissima città di Tivoli, 1848.
  • Cascioli, Giuseppe, Bibliografia di Tivoli, 1923.
  • Cerasoli, Fabbrica d’armi da guerra in Tivoli sotto Paolo V, 1893.
  • Lunadoro, Girolamo, Relazione della Corte di Roma, 1641.
  • Zappi, Giovanni Maria, Annali e memorie di Tivoli, sec. XVI (ed. 1920).