Il 2 febbraio 1788 è una data "nera" per il patrimonio artistico di Tivoli. In quel giorno d'inverno, un documento ufficiale metteva la parola fine alla gloriosa collezione di statue che per oltre due secoli aveva reso Villa d'Este un luogo unico al mondo. Domenico Lotti, che curava gli affari dei duchi d’Este a Roma, inviò a Modena una nota firmata dallo scultore e restauratore Vincenzo Pacetti: era l'atto di vendita che avrebbe svuotato la Villa dei suoi ultimi, grandi capolavori.
L’affare Pacetti: un lotto di "scarti" preziosi
L'accordo prevedeva la cessione di un gruppo consistente di opere: venticinque sculture in tutto, tra cui diciassette statue intere, busti, rilievi e persino una grande vasca da fontana.
L’aspetto più sorprendente oggi è il prezzo. Pacetti pagò complessivamente 842 scudi, una cifra che potremmo definire "di saldo" (secondo alcune stime si tratterebbe di circa 40.000 euro attuali). Perché così poco per opere di epoca romana? La risposta sta nello stato di conservazione:
Il "morso" dell'acqua: Dopo duecento anni passati all'aperto, tra l'umidità dei giardini e le celebri acque di Tivoli, i marmi erano in condizioni critiche.
Il problema del tartaro: Molte statue erano letteralmente sommerse da pesanti incrostazioni calcaree (chiamate all'epoca "tartaro") che ne nascondevano i lineamenti e la bellezza, facendole apparire agli occhi dei contemporanei come oggetti di poco valore o "ordinari".
Dal degrado al museo: il viaggio delle opere
Vincenzo Pacetti non era solo un artista, ma un abile mercante. Sapeva che, una volta ripulite e restaurate, quelle statue avrebbero fatto gola ai più grandi collezionisti dell'epoca. Ecco dove finirono alcuni dei pezzi più celebri:
Villa Borghese: Il principe Marcantonio IV Borghese fu il miglior cliente di Pacetti. Acquistò opere come la Leda con il cigno e l’Ercole con Telefo, che ancora oggi possiamo ammirare nella splendida cornice di Villa Pinciana a Roma.
I Musei Vaticani: Alcuni pezzi, rimasti per anni nello studio di Pacetti, furono acquistati nel 1804 per il nascente Museo Chiaramonti. Tra questi spicca una statua di Igea che Pacetti, con un restauro molto creativo, trasformò nel gruppo della Pace con Pluto.
Il mercato degli scultori: Le opere meno pregiate furono rivendute ad altri artisti, come Francesco Antonio Franzoni, che le usò come materiali da bottega o le piazzò a collezionisti minori.
L'eredità di un addio
Questa vendita non fu solo un passaggio di proprietà, ma l'atto finale di un lungo saccheggio. Da quel momento, Villa d'Este cessò di essere il "museo di antichità" sognato dal cardinale Ippolito II e divenne la villa di architetture e giardini che conosciamo oggi.
Se da un lato la dispersione della collezione è un colpo al cuore per la storia di Tivoli, dall'altro il lavoro di "recupero" di Pacetti ha permesso a queste opere di sopravvivere fino a noi, proteggendole da un degrado che le avrebbe rese, col tempo, semplici blocchi di calcare informe.
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