Uno dei reperti più dibattuti dell'epigrafia romana: una tavola di bronzo recante un Senatus Consultum (un decreto ufficiale del Senato). Non si tratta solo di un pezzo di metallo inciso, ma di un vero e proprio "cold case" storico che vede contrapposti i più grandi eruditi dei secoli passati.
Il primo grande interrogativo riguarda il luogo di rinvenimento, fondamentale per contestualizzare la funzione pubblica dell'oggetto. Le cronache riportano due versioni inconciliabili:
L’ipotesi del Foro (E. Q. Visconti): Il celebre archeologo ipotizzò che la tavola provenisse dal Foro Tiburtino, il cuore pulsante della vita politica cittadina.
L’ipotesi della Cattedrale (Antonio Del Re e Francesco Marzi): Testimonianze locali collocano il ritrovamento, avvenuto intorno al 1600, presso la zona detta "la Forma", adiacente alla Cattedrale di San Lorenzo (eretta sopra l'antico Tempio di Ercole).
Alcuni sostennero che la tavoletta fosse rotolata giù dal palazzo senatorio (situato in posizione superiore) fino alla Cattedrale. Tuttavia, la fisica sembra smentire questa tesi: un oggetto di bronzo così pesante difficilmente avrebbe potuto percorrere circa 2.000 palmi di distanza senza perdersi o essere distrutto, finendo poi sepolto nelle fondamenta di una casa privata.
Il vero terreno di scontro tra gli accademici riguarda la cronologia. Il testo cita l’intervento del Pretore Lucio Cornelio, ma la sua identificazione divide gli esperti in due fazioni:
A. I "Modernisti" (Epoca della Guerra Sociale)
Ennio Quirino Visconti colloca l'atto tra il 664 e il 665 a.U.C. (Ab Urbe Condita). Le sue motivazioni sono filologiche e istituzionali:
L'evoluzione della Pretura: La carica di Pretore, intesa come magistrato specifico per la giustizia, si stabilizzò solo dopo il 388 a.U.C. Prima di allora, il termine era generico.
Lo Stile Epigrafico: Il linguaggio e la purezza della forma non corrispondono all'arcaismo tipico dei primi secoli della Repubblica.
B. Gli "Arcaisti" (Guerre Latine)
Studiosi come il Marzi o il padre di Viola retrodatano il reperto al 292 o 368 a.U.C., basandosi sull'importanza politica di Tivoli in quel periodo.
L'obiezione: Se Tivoli era una potenza durante le Guerre Latine, perché lo stile del bronzo sembra più moderno?
La difesa: Si ipotizza che il bronzo sia una copia successiva di un originale in marmo o legno, "aggiornata" nella forma linguistica per assicurarne la leggibilità e la conservazione nel tempo.
Questo reperto, un tempo vanto della collezione dei Principi Barberini, ci insegna che l'archeologia non è sempre una scienza esatta. La mancanza di un contesto stratigrafico certo (poiché il ritrovamento è avvenuto in epoca moderna senza i rigori della disciplina attuale) trasforma la storia in una questione di opinioni accademiche.
Tivoli era ancora così influente nel I secolo a.C. da meritare un decreto senatoriale dedicato, o siamo di fronte alla trascrizione tardiva di un onore ricevuto secoli prima? Il mistero rimane inciso in quel bronzo, testimone silenzioso di una città che non ha mai smesso di dialogare con Roma.
