Nel cuore pulsante del Foro Romano, tra i marmi della Basilica Iulia, è ancora possibile scorgere sottili incisioni geometriche sulla pietra che rappresentano le antiche tabulae lusoriae, i fantasmi di una passione che univa imperatori e legionari. Parliamo del Ludus Latrunculorum, il gioco di strategia più raffinato dell'antichità classica, spesso definito impropriamente come gli scacchi romani, ma che in realtà era una sofisticata simulazione bellica volta a premiare la logica pura e la disciplina mentale. Il termine stesso deriva da latro, parola che nel latino arcaico identificava il soldato mercenario, sottolineando come questa non fosse una sfida basata sulla fortuna dei dadi, ma una vera e propria simulazione di tattica militare per due giocatori.
Le testimonianze materiali di questo passatempo sono diffuse ovunque l'Impero abbia posto le sue radici, dalle lussuose scacchiere in marmo e vetro dei palazzi nobiliari fino alle rozze griglie graffiate sui pavimenti delle caserme di confine, come quelle rinvenute a Vindolanda lungo il Vallo di Adriano. A differenza di altri schemi geometrici più semplici talvolta confusi con questo gioco, la vera scacchiera da latruncoli seguiva solitamente un reticolo ortogonale regolare, con dimensioni variabili che potevano spaziare da griglie 8x8 fino a configurazioni più ampie come 8x12 o 12x12 caselle. Su questo campo di battaglia astratto, ogni giocatore muoveva le proprie pedine, chiamate calculi, in linea retta orizzontale o verticale per quante caselle desiderasse, purché il percorso fosse libero da ostacoli.
Il cuore tattico della sfida risiedeva nella meccanica della cattura per interposizione, un sistema che richiedeva di stringere "a morsa" una pedina avversaria tra due dei propri pezzi per rimuoverla dal gioco. In questo contesto emergeva la figura del Dux, un pezzo speciale descritto dagli studiosi moderni come un condottiero dotato di capacità di movimento superiori, la cui cattura richiedeva spesso un accerchiamento completo su più lati. Per comprendere l'importanza sociale di questa pratica, la fonte letteraria più preziosa rimane il poema Laus Pisonis, un'opera che celebra le doti di Gaio Calpurnio Pisone descrivendolo come un maestro imbattibile capace di tendere imboscate e manipolare le fila nemiche con un'astuzia che rifletteva la sua virtus intellettuale.
In sintesi, il Ludus Latrunculorum non era solo uno svago, ma un esercizio per la mente tattica dei giovani ufficiali e un segno di prestigio sociale, dove la vittoria non dipendeva dal caso ma dalla capacità di prevedere le mosse dell'avversario. Giocare oggi a questo antico passatempo significa riconnettersi con una cultura che vedeva nella geometria della scacchiera l'ordine della legione e il prestigio del comando.
Fonti
Edward Falkener, Games Ancient and Oriental and How to Play Them (1892) – Uno dei primi tentativi sistematici di ricostruzione delle regole.
Gladys Martin, Laus Pisonis (1920) – Edizione critica del testo latino fondamentale per i dettagli tecnici sulle catture e le manovre.
Ulrich Schädler, Ricerche moderne sulle tabulae lusoriae del Foro Romano e delle province britanniche.
