Il profilo monumentale che oggi definiamo indissolubilmente legato a Villa Adriana non è esclusivamente il frutto di una stratificazione millenaria, ma deve gran parte della sua attuale leggibilità all’opera di Salvatore Aurigemma. Tra il 1942 e il 1956, la sua attività si distinse non solo per il rigore amministrativo della Soprintendenza, ma per una visione quasi demiurgica che mirava a restituire dignità e splendore alla residenza imperiale dopo i traumi della storia recente.
Il suo mandato iniziò in un contesto drammatico, segnato dalle ferite della Seconda Guerra Mondiale. Le prime energie vennero impiegate nel riparare i danni del cannoneggiamento del 1944 sul muro di spina del Pecile e in un’imponente opera di bonifica che liberò le strutture antiche da una vegetazione selvatica ormai padrona del sito. Questa operazione di pulizia sistematica fu il preludio a quella che sarebbe diventata la stagione di scavi più feconda del secolo scorso: l'esplorazione del complesso del Canopo tra il 1951 e il 1954.
In quegli anni, l’indagine archeologica sulla vasca dell’Euripo portò alla luce un nucleo scultoreo di eccezionale valore, trasformando il cantiere in un evento mediatico senza precedenti. Il fondo della vasca restituì capolavori come le quattro cariatidi, fedeli repliche delle korai dell’Eretteo, i sileni canefori e le maestose personificazioni fluviali del Nilo e del Tevere. Fu proprio in questo periodo che emersero anche i ritratti imperiali di Adriano e Giulia Domna, culminando nel 1955 con il rinvenimento del celebre coccodrillo in marmo cipollino, un pezzo unico che un tempo fungeva da fontana zampillante.
L'approccio di Aurigemma non si fermò tuttavia al recupero dei reperti, ma si estese alla ricostruzione fisica dei volumi architettonici. Attraverso la tecnica dell'anastilosi, egli ricompose colonnati e trabeazioni nel Canopo, nel Pecile e nel Teatro Marittimo. Seguendo i principi allora vigenti della Carta di Atene del 1931, Aurigemma fece un uso spregiudicato ma efficace di malte cementizie e cemento armato, materiali che gli permisero di rimettere in piedi i frammenti originali e di posizionare lungo i bordi della vasca dei calchi moderni per proteggere gli originali, ricoverati nei vicini Mouseia.
L’aspetto più suggestivo del suo intervento fu il ripristino degli "scherzi" d'acqua e dei bacini specchianti, una scelta che trasformò radicalmente l'esperienza del visitatore, immergendolo in un'atmosfera sospesa e poetica. Eppure, proprio questa spettacolarizzazione e l’uso massiccio di integrazioni moderne attirarono critiche severe da parte di intellettuali come Antonio Cederna, che ravvisarono nei restauri un eccessivo grado di arbitrarietà. Lo stesso Aurigemma, anni dopo, ammise con un certo rammarico come la foga del ritrovamento statuario avesse talvolta sacrificato la documentazione scientifica e stratigrafica del bordo vasca, un dato prezioso andato perduto nell’entusiasmo della scoperta.
Nonostante le controversie metodologiche, l'eredità di Aurigemma rimane il pilastro su cui poggia l’immagine contemporanea di Villa Adriana. La sua capacità di unire il recupero scientifico a una chiara volontà di valorizzazione estetica ha creato un’icona archeologica globale, dove il passato torna a riflettersi nell'acqua in una sintesi perfetta tra architettura, arte e natura.

