Il 23 febbraio del calendario romano era dedicato ai Terminalia, una delle più antiche festività religiose di Roma. Celebrata in onore della divinità "Terminus", questa ricorrenza sanciva il valore sacro dei confini territoriali e, più in profondità, il rispetto delle regole che rendono possibile la vita collettiva.
In un mondo agricolo e giuridicamente strutturato come quello della Roma antica, delimitare significava garantire pace, stabilità e continuità sociale.
I Terminalia cadevano il 23 febbraio, data che in epoca arcaica segnava simbolicamente la fine dell’anno romano, prima delle riforme calendariali che fissarono il capodanno al 1° gennaio. Questo dettaglio rafforza il significato rituale della festa: non solo limite nello spazio, ma anche confine nel tempo.
La celebrazione è attestata già in epoca regia e viene tradizionalmente collegata al regno di Numa Pompilio, sovrano legislatore e riformatore religioso, a cui la tradizione attribuisce l’istituzionalizzazione del culto di Terminus.
Terminus era la divinità tutelare dei confini materiali: pietre di delimitazione, cippi, paletti che segnavano il limite tra campi, proprietà o territori pubblici. A differenza di molte altre divinità antropomorfe, Terminus non aveva forma umana: era incarnato direttamente nella pietra di confine, considerata inviolabile.
Terminus non poteva essere rimosso o spostato senza compiere un sacrilegio. proteggeva entrambe le parti confinanti, garantendo equità e preveniva conflitti, liti agrarie e guerre locali.
Secondo la tradizione, quando Tarquinio il Superbo volle costruire il tempio di Giove Capitolino, tutti gli dèi accettarono di “spostarsi” tranne Terminus. Il suo rifiuto fu interpretato come segno che i confini di Roma sarebbero stati eterni.
La celebrazione avveniva direttamente sul confine tra due proprietà. I proprietari confinanti partecipavano insieme, sottolineando il carattere comunitario e conciliativo del rito.
Il rituale non era pubblico nel senso urbano del termine, ma diffuso e capillare, replicato simultaneamente in tutto il territorio romano.
Infrangere un confine equivaleva a violare un patto sacro, non solo una norma civile. Questo spiega perché il culto di Terminus fosse profondamente rispettato e duraturo.
Ancora oggi, il termine confine conserva un’ambivalenza che richiama i Terminalia: separazione, ma anche relazione regolata.
