Passa ai contenuti principali
Grotta Polesini: Un Viaggio nell'Universo Simbolico del Paleolitico Superiore
La regione di Tivoli, e in particolare il bacino idrografico dell'Aniene presso Ponte Lucano, custodisce uno dei tesori più preziosi della preistoria italiana: la Grotta Polesini. Questo sito non è soltanto un deposito archeologico di eccezionale ricchezza, ma rappresenta un nodo fondamentale per ricostruire la vita e la cultura dei gruppi umani che abitavano il Lazio durante le fasi finali del Pleistocene superiore. La sua rilevanza trascende la scala locale, ponendosi come un giacimento di riferimento per la comprensione dell'Epigravettiano finale di facies Romanelliana nell'Italia centrale.
Immagine dal sito della Società Tiburtina di Storia e d'Arte La riscoperta scientifica della Grotta Polesini è indissolubilmente legata alla figura di Antonio Mario Radmilli, la cui intuizione geologica permise di individuare il potenziale del sito quando molti altri esperti lo ritenevano privo di interesse a causa dei frequenti allagamenti fluviali. Stabilitosi a Tivoli nel secondo dopoguerra, Radmilli ipotizzò che durante le epoche glaciali il livello del mare fosse molto più basso di quello attuale, rendendo il corso dei fiumi meno elevato e le grotte perfettamente abitabili. Sostenuto dalla propria dedizione, che lo portò persino a investire il proprio stipendio personale nelle ricerche, Radmilli condusse scavi sistematici tra il 1953 e il 1956. L'intitolazione della cavità al marchese Francesco Polesini, amico dello studioso, avvenne quasi per caso in seguito a un infortunio subito dal nobile durante un sopralluogo. Nonostante le enormi difficoltà logistiche che richiesero l'uso di idropompe per drenare l'acqua, lo scavo raggiunse una profondità di circa 2,5 metri, portando alla luce una delle collezioni di arte mobiliare e industria litica più straordinarie d'Italia.
Il giacimento ha restituito una quantità impressionante di manufatti, stimata tra le 25.000 e le 30.000 unità in pietra, prevalentemente in selce. Questa produzione riflette un'evoluzione tecnologica verso forme di microlitismo estremo, con strumenti a dorso abbattuto destinati a essere montati su supporti in legno o osso per creare armi da caccia sofisticate. L'abbondanza di scarti di lavorazione e nuclei all'interno della grotta suggerisce che essa non fosse solo un riparo, ma un vero e proprio atelier tecnologico dove i cacciatori-raccoglitori gestivano in modo efficiente le materie prime locali per ottenere lame e punte standardizzate. Questi strumenti erano essenziali non solo per la sopravvivenza quotidiana, ma anche come bulini per incidere l'osso e la pietra, dando vita a un complesso universo simbolico.
La Grotta Polesini è universalmente celebre per la sua arte mobiliare, che offre uno spaccato unico sulla spiritualità preistorica. Le raffigurazioni naturalistiche di animali, realizzate su ciottoli di calcare o frammenti ossei, raggiungono qui vette di raffinato realismo. Uno dei reperti più iconici è la testa di lepre incisa su una costola di mammifero, colta in un atteggiamento di allerta con le orecchie tese. Altrettanto eccezionale è l'incisione di un lupo, soggetto estremamente raro nel repertorio del Paleolitico europeo, reso con dettagli minuziosi del muso e della criniera. Oltre agli animali guida come il cervo e l'uro, il sito ha restituito ciottoli dipinti con ocra rossa che presentano figure umane stilizzate, un tipo di rappresentazione che sembra anticipare lo schematismo tipico del Neolitico. Molti di questi oggetti d'arte sono stati rinvenuti intenzionalmente rotti, un dettaglio che ha portato gli studiosi a ipotizzare lo svolgimento di riti di magia simpatica volti a propiziare la caccia.
Sebbene non siano state rinvenute sepolture formalmente strutturate, la grotta ha restituito i resti scheletrici di almeno quattordici individui, tra cui quattro bambini. La dispersione di queste ossa all'interno del deposito antropico solleva interrogativi affascinanti sulle pratiche funerarie del Paleolitico finale. È probabile che la manipolazione dei resti umani facesse parte di rituali complessi, dove le ossa venivano trattate come reliquie o simboli di continuità del gruppo. La presenza di ossa umane frammentarie mescolate ai resti di pasto suggerisce una concezione dello spazio abitativo in cui la dimensione quotidiana e quella ancestrale erano profondamente interconnesse.
L'analisi dei circa venti quintali di resti ossei animali recuperati ha permesso di ricostruire un ecosistema caratterizzato da un mosaico di boschi e praterie, dominato dal cervo, ma abitato anche da cavalli selvatici e grandi uri. Studi isotopici recenti confermano un clima sensibilmente più freddo dell'attuale, tipico di una steppa-prateria. La storia della Grotta Polesini è stata però segnata anche da eventi controversi, come l'intervento condotto nel 1974 da Carmelo Petronio, duramente criticato dalla comunità scientifica per la mancanza di rigore stratigrafico che causò la perdita di preziose informazioni contestuali. Oggi, i reperti del sito costituiscono il nucleo centrale della sezione paleolitica del Museo delle Civiltà di Roma, dove continuano a essere studiati con tecnologie moderne. La Grotta Polesini rimane un pilastro dell'archeologia europea, una testimonianza fondamentale dell'adattamento e della creatività umana alla fine dell'ultima era glaciale.