La figura di Giovanni Maria Zappi, vissuto a Tivoli tra il 1519 e il 1596, rappresenta un esempio emblematico di intellettuale poliedrico del Rinascimento tiburtino, capace di spaziare tra la professione notarile, l'impegno militare e la passione per la cronaca storica. Sebbene la critica moderna, per voce di storici come Vincenzo Pacifici, ne abbia talvolta evidenziato la limitata profondità scientifica e l'indole presuntuosa, il suo contributo rimane fondamentale per la ricchezza di aneddoti e dettagli sui costumi del XVI secolo conservati nei suoi "Annali e memorie di Tivoli". Tuttavia, oltre alla sua attività di annalista, Zappi è passato alla storia per una singolare e bizzarra invenzione calligrafica che egli stesso amava definire dei "caratteri spezzati", noti anche come lettere "rotte" o "mute"
Questi caratteri non erano semplici vezzi estetici, ma rispondevano a una precisa volontà di trasmettere visivamente il sentimento della sofferenza e della perdita negli epitafi funebri. Zappi concepì queste lettere disegnandole con un'asta spezzata, un artificio grafico studiato affinché ogni segno sembrasse aver perso "un membro", producendo un effetto visivo che voleva simulare il pianto e la mestizia. L'ispirazione per questa tecnica derivava direttamente dalle opere del celebre Benvenuto Cellini, il quale aveva composto caratteri simili per l’epitaffio del fratello proprio per simboleggiare l'idea di una "vita spezzata". Zappi, fiero di quella che considerava una vera e propria dottrina grafica, giunse a sperare che la sua invenzione venisse scelta per l'epigrafe sepolcrale di Papa Pio V, restando profondamente deluso quando apprese che al successore, Gregorio XIII, il progetto non era affatto piaciuto.
L'occasione più celebre in cui Zappi poté finalmente esibire pubblicamente la sua invenzione avvenne nel 1572, in occasione delle solenni esequie per il ritorno a Tivoli della salma del cardinale Ippolito II d’Este. In quell'occasione, la facciata della Porta del Colle, rivolta verso Roma, fu parata a lutto con drappi neri sopra i quali Zappi dipinse in bianco due versi latini utilizzando proprio le sue "lettere mute". Attraverso quel gesto scenografico, l'annalista intese porgere al defunto porporato, suo protettore, l'ultima espressione di quella profonda gratitudine che gli doveva per averlo favorito nella nomina a capomilizia della città. Nonostante i giudizi severi dei posteri, che hanno definito questi esperimenti come "miseri disegni", i saggi di tali lettere conservati nei manoscritti testimoniano una ricerca comunicativa originale, capace di trasformare la calligrafia in uno strumento di narrazione emotiva collettiva.
Fonti
- Andrei Gianni, Personaggi della Storia di Tivoli, 2020.
- Autori Vari, Annali e memorie di Tivoli (SFST 01), a cura di Vincenzo Pacifici, 1920.
- Cascioli Giuseppe, Gli Uomini Illustri della città di Tivoli, Vol. II, 1927.
- Del Re Antonio, Dell'antichità tiburtine (Cap. I-II), ed. 2012.
- Pacifici Vincenzo, Ippolito II d'Este Cardinale di Ferrara, 1920 (rist. 1984).
- Sciarretta Franco, Indici de Gli Uomini Illustri di Tivoli, 2016.