L'Arte dell'Otium: Storia e Architettura delle Grandi Vasche di Villa d'Este

Il progetto del giardino di Villa d'Este a Tivoli, concepito dall'architetto e antiquario napoletano Pirro Ligorio per il cardinale Ippolito II d’Este, rappresenta una delle massime espressioni del genio manierista, dove l'elemento idrico diviene protagonista assoluto dello spazio architettonico. Al centro di questo organismo monumentale si stagliano le Peschiere, tre grandi vasche rettangolari che definiscono il piano mediano del giardino e offrono una veduta scenografica senza pari verso il palazzo sovrastante. L'ispirazione per questo complesso sistema di bacini derivò direttamente dai ricordi ferraresi del Ligorio, in particolare dalla peschiera di Belfiore, caratterizzata da un loggiato centrale con tetto piramidale che l'architetto scelse di reinterpretare in una suggestiva "fuga d'acque azzurre" adagiata sul declivio tiburtino.




Sebbene il piano originario di Ligorio prevedesse una serie di quattro vasche disposte secondo un preciso ordine architettonico, le descrizioni storiche coeve, come quella dello Zappi nel 1576, confermano che solo tre furono portate a compimento, mentre la quarta, situata proprio sotto la Fontana dell'Organo, rimase incompiuta. Dal punto di vista tecnico e dimensionale, ogni peschiera era lunga circa quaranta passi, larga ventidue e profonda trenta palmi. Queste strutture non avevano una funzione puramente estetica, poiché erano popolate da diverse specie ittiche pregiate, tra cui lucci, squadri e tinche, riflettendo l'antico concetto di villa come luogo di produzione e d'intrattenimento allo stesso tempo.

L'apparato decorativo e idraulico ideato da Ligorio conferiva alle peschiere una vitalità straordinaria: ogni vasca era originariamente ornata da sedici pilastri in travertino, sormontati da zampilli che, spruzzando acqua simultaneamente, creavano una "gentile pioggia arteficiosa" capace di incantare i visitatori. La collocazione delle peschiere risponde a una logica prospettica rigorosa, allineandosi all'asse che dalla Fontana dell'Organo conduceva verso la mai completata Fontana del Mare. Quest'ultima, progettata come una grande esedra aperta sul panorama della Campagna Romana, avrebbe dovuto segnare la conclusione monumentale del percorso delle acque, dove ancora oggi sono conservati i resti semilavorati di un torso di Nettuno originariamente destinato a decorare il gruppo scultoreo.

Nel corso dei secoli, le peschiere subirono il logorio del tempo, necessitando di importanti interventi di risanamento. Documenti d'archivio testimoniano come la munificenza del duca Francesco I d'Este, intorno al 1632, permise di restaurare le vasche che il "livore del tempo" aveva deformato, restituendo loro l'antico splendore e la venustà originaria. Ancora oggi, percorrendo i viali ombreggiati da platani e cipressi secolari, è possibile percepire l'eredità di Ligorio in questo "mare di fontane", dove l'architettura si fonde con la natura per celebrare il potere e la cultura della casata estense.


Fonti 

  • Andrei Gianni, Personaggi della Storia di Tivoli, 2020.
  • Autori Vari, Lapis Tiburtinus (Seconda edizione), 2020.
  • Bulgarini Francesco, Notizie storiche, antiquarie, statistiche ed agronomiche intorno all’antichissima città di Tivoli, 1848.
  • Del Re Antonio, Dell'antichità tiburtine (Cap. V, Villa d'Este), ed. 2015.
  • Pacifici Vincenzo, Ippolito II d'Este Cardinale di Ferrara, 1920 (rist. 1984).
  • Seni Francesco Saverio, La Villa d'Este in Tivoli, 1902.
  • Zappi Giovanni Maria, Annali e memorie di Tivoli (SFST 01), ed. 1920.