Nell'immaginario medievale, il Colosseo non era soltanto il teatro dei gladiatori, ma la dimora di un prodigio architettonico oggi scomparso: la colossale statua del Sole. Questo simulacro, descritto con estrema meraviglia da Maestro Gregorio, svettava con una maestosità tale da superare di quindici piedi le strutture circostanti, raggiungendo l'altezza di centoventisei piedi. L'opera, fusa in bronzo e interamente rivestita d'oro imperiale, era concepita per irraggiare luce anche attraverso l'oscurità, trasformando l'area dell'anfiteatro in un centro di venerazione universale che ogni visitatore, giunto a Roma, era tenuto ad onorare con il gesto della genuflessione in segno di sottomissione alla città.
L'aspetto della statua era carico di significati simbolici legati al dominio mondiale di Roma. Nella mano destra, il colosso reggeva una sfera, simbolo del mondo, mentre nella sinistra impugnava una spada. Maestro Gregorio spiega che la scelta di affidare la sfera alla mano destra e la spada alla sinistra derivava dalla convinzione filosofica che richiedesse molta più virtù conservare un impero già conquistato che non acquisirlo attraverso la forza delle armi. Tuttavia, l'aspetto più prodigioso e quasi magico del monumento era la sua capacità di muoversi autonomamente: si narra che la statua ruotasse in modo continuo e uniforme seguendo il cammino del sole, mantenendo il volto perennemente rivolto verso l'astro celeste. Questo incredibile meccanismo alimentava la credenza popolare che il simulacro fosse la personificazione stessa della divinità solare.
La fine di questa meraviglia giunse con l'affermazione del cristianesimo e l'opera di San Gregorio. Il pontefice, incapace di abbattere una mole così imponente con la sola forza fisica e il lavoro degli uomini, ordinò che venisse appiccato un grande fuoco alla base dell'idolo. Il simulacro fu così ridotto in "antico caos" e materia grezza, ma non tutto andò perduto. Le fonti medievali testimoniano che la testa e la mano destra con la sfera sopravvissero all'incendio e furono poste su colonne di marmo davanti al palazzo del Laterano. Qui i contemporanei potevano ancora ammirare l'eccezionale perizia dell'artefice, capace di rendere nel bronzo rigido la morbidezza dei capelli umani con un realismo tale da far sembrare la statua pronta a parlare o a muoversi da un momento all'altro.
Fonti:
- Maestro Gregorio, Narratio de Mirabilibus Urbis Romae, par. 7.
- Mirabilia Urbis Romae, par. 26.
