Mirabilia Urbis Romae | Il Cavaliere di Bronzo tra Magia e Storia: Le Leggende Medievali di Marco Aurelio


Nel cuore della Roma medievale, la statua equestre che oggi ammiriamo come il monumento a Marco Aurelio rappresentava un enigma vivente, un oggetto di venerazione e di oscure narrazioni che trascendevano la realtà storica. Per secoli, questo colosso bronzeo è stato conosciuto con nomi diversi: se per il popolo era il pio Costantino, i pellegrini vi vedevano Teodorico, mentre i dotti cardinali lo identificavano come Marco o Quinto Quirino. La sua permanenza all'aperto, inizialmente in Campidoglio e poi davanti al palazzo del Laterano, alimentò la fantasia di cronisti come Maestro Gregorio e gli autori dei Mirabilia Urbis Romae, che cercarono di spiegare i dettagli insoliti della scultura, come la piccola figura schiacciata sotto lo zoccolo del cavallo e l'uccellino posto tra le sue orecchie.

Una delle leggende più affascinanti, riportata da Maestro Gregorio, narra di un re nano negromante che assediò Roma utilizzando arti magiche per rendere le armi nemiche del tutto inefficaci. Un coraggioso soldato di nome Marco si offrì di salvare la città, uscendo dalle mura a mezzanotte e attendendo l'alba. Guidato dal canto di un cuculo, che annunciava il sorgere della luce e il momento di debolezza del mago, Marco lo catturò a mani nude e lo trascinò entro le mura, dove fu schiacciato dal suo cavallo. Questo racconto giustificava non solo la presenza dell'uccello sul capo del destriero, ma anche la statura ridotta del nemico vinto. Una versione simile, contenuta nei Mirabilia, sostituisce il soldato con un astuto armiger che cattura un potente re d'Oriente sorpreso a espletare le sue necessità ai piedi di un albero, sempre avvertito dal verso di una civetta o cuculo

Esiste però un'altra narrazione, più tragica e solenne, legata al nome di Quinto Quirino. Si racconta che una voragine infernale si aprì nel palazzo Sallustiano, sprigionando fumi solforosi e una terribile pestilenza che decimava la popolazione. Poiché l'oracolo aveva stabilito che il baratro si sarebbe chiuso solo con il sacrificio di un nobile romano, Quirino decise di immolarsi per la patria. In sella al suo cavallo e con il vigore di chi va a un banchetto, si lanciò nell'abisso, che si richiuse immediatamente. In questa versione, l'uccello che appare sulla statua non è un segnale per il soldato, ma lo spirito o il presagio che uscì dalla terra nell'istante in cui il sacrificio ebbe successo, lasciando ai romani un monumento perenne alla virtù del loro principe.

Oltre alle leggende già narrate, le fonti descrivono dettagli iconografici e misteri materiali che rendevano la statua equestre (identificata come Marco o Costantino) un oggetto di profondo stupore e indagine simbolica nel Medioevo:

  • L'uccello tra le orecchie del cavallo: Le fonti discordano sulla specie del volatile raffigurato sul capo del destriero. Maestro Gregorio parla di una "cucula" (cuculo), spiegando che fu l'uccello che con il suo canto annunciò l'aurora, permettendo al soldato Marco di catturare il re negromante. Al contrario, i Mirabilia identificano l'uccello come una "cocovaia" (civetta), la cui funzione era quella di avvertire l'armigero dell'arrivo del nemico presso l'albero dove quest'ultimo si recava per le sue necessità.
  • La figura sotto lo zoccolo: Anche l'identità della piccola figura schiacciata dal cavallo varia. Maestro Gregorio la descrive come un nano (nanus) esperto di arti magiche. Nella versione di Quintus Quirinus, lo stesso nano rappresenta invece l'uomo che aveva commesso adulterio con la moglie del nobile romano. I Mirabilia, invece, lo descrivono semplicemente come un re di piccola statura (rex parvae persone) catturato con le mani legate dietro la schiena.
  • Le quattro colonne dorate: In origine, la statua non poggiava a terra, ma stava sopra quattro colonne di bronzo dorato situate nel Capitolio davanti all'altare di Giove. Fu San Gregorio a far scendere il cavaliere e a spostare le preziose colonne all'interno della basilica di San Giovanni in Laterano.
  • L'oro e l'avarizia romana: Il cavaliere, il cavallo e le colonne erano originariamente ricoperti di una splendida doratura. Tuttavia, le fonti denunciano che parte di quest'oro era scomparsa non solo per l'usura del tempo, ma a causa dell'avarizia dei Romani, che lo avevano raschiato via nel corso dei secoli.
  • La postura del cavaliere: Viene sottolineato il realismo del gesto di Marco/Costantino, che tiene la mano destra tesa come se stesse parlando o comandando al popolo, mentre con la sinistra trattiene il freno, costringendo il cavallo a girare la testa verso destra.
  • L'identità mutevole: La statua era un mistero anche nel nome: mentre per il popolo era Costantino e per i pellegrini Teodorico, i chierici e i cardinali della corte romana insistevano nel chiamarlo Marco o Quinto Quirino.


Fonti:

  • Maestro Gregorio, Narratio de Mirabilibus Urbis Romae, par. 5, 6.
  • Mirabilia Urbis Romae, par. 15, 28.