Nella storia di Tivoli esiste un capitolo dove la profilassi sanitaria si mescola all’avanspettacolo e al pettegolezzo di piazza, magistralmente immortalato dalla penna ironica di Tommaso Tani, meglio noto con lo pseudonimo di White Rose. Nel suo vivace spaccato della vita cittadina, Tani ci riporta indietro a un'epoca in cui la vaccinazione non era solo una questione di salute pubblica, ma un vero e proprio evento sociale capace di scatenare le più colorite reazioni popolari. Tutto ebbe inizio con un’ordinanza sindacale volta a contrastare il vaiolo, che richiamò i cittadini presso la sala del concerto per un'operazione di massa durata dieci giorni.
L'atmosfera che si respirava in quella sala era ben lontana dalla asettica freddezza di un moderno ambulatorio. Tani ci racconta che i tiburtini risposero con una fede incrollabile e un coraggio degno di Muzio Scevola, trasformando l'atto medico in una sfilata di vanità. Un dettaglio che non sfuggì all’occhio clinico (e satirico) di White Rose fu l'entusiasmo delle fanciulle locali: l'autore annota infatti che «le ragazze, le belle ragazze! poi, erano le più fiere di poter far mostra delle loro tornite braccia» davanti ai medici e alla folla di curiosi. In un'epoca in cui il pudore era ben più rigido, la vaccinazione diventava il pretesto perfetto per un innocente quanto orgoglioso sfoggio di bellezza muliebre.
Tuttavia, tra un braccio scoperto e l’altro, non mancavano i timori pratici legati alla dura vita quotidiana. In mezzo alla folla, Tani intercetta un dialogo tra un cittadino preoccupato e un amico dal piglio decisamente pragmatico, che sfocia in una proposta tanto assurda quanto esilarante. Quando uno dei presenti esclama con fastidio «— Me pizzica... Me dispiace che dima non pozzo lavora ..», si sente rispondere prontamente in dialetto: «— N’atra vota fatteli mette alle natiche così te ciassetti sopre e lavuri». L'idea che un innesto vaccinale potesse essere strategicamente posizionato per permettere di lavorare da seduti è la sintesi perfetta dell'ingegno (e dello spirito faceto) tiburtino.
Ma il vero capolavoro della saggezza popolare raccolta da White Rose risiede nelle teorie mediche "fai-da-te" che circolavano tra i presenti per spiegare l'efficacia del siero. In una città che aveva ancora memoria della diffidenza di Papa Leone XII verso il "pus vaccino" (temendo che introducesse nell'uomo la natura dei bruti), il popolo cercava di razionalizzare il progresso a modo suo. Tani riporta un dialogo in cui un cittadino chiede lumi a un compagno ritenuto più esperto: «— Vo’ Li, tu che si strutta, che dici che fa stu ’nnestu? — E s’enfrastica allo sangue, e se mischia e s’entorbida... — E pò?... — Quanno t’entra ncorpu lu microbio vagliolusu l’ammoscia e non cià più forza de fatte male...». Secondo questa visione quasi alchemica, il vaccino servirebbe dunque a "intorbidare" il sangue per sfiancare il microbo invasore prima ancora che possa nuocere. Attraverso queste perle di vita vissuta, Tani ci regala una Tivoli che, pur affrontando le piaghe del suo tempo, non perde mai il gusto per la battuta e quella capacità tutta italiana di affrontare la scienza con un pizzico di commedia.
Fonte
- Tani Tommaso (White-Rose), Il libro di White-Rose: altorilievi e profili, Tivoli, Tipografia Maiella di Aldo Chicca, 1920.
