Il mistero del poeta tiburtino: cosa faceva un cittadino di Tivoli a Pompei?

Scopri l’incredibile storia del poeta Tiburtino che incise i suoi versi sulle mura di Pompei. Un legame profondo tra Tivoli e l'antica città vesuviana.



Sulle pareti di Pompei, dove il tempo sembra essersi fermato in un istante di cenere e vita quotidiana, gli archeologi hanno rinvenuto una traccia che profuma di terra tiburtina. Tra la moltitudine di graffiti che coprono le superfici degli edifici pubblici e privati, emerge una testimonianza poetica di raro valore che unisce indissolubilmente Tivoli alla vibrante città campana. Si tratta di alcuni frammenti elegiaci, incisi con cura meticolosa, che portano la firma orgogliosa di un autore che si definisce semplicemente Tiburtinus. In un mondo antico in cui l'identità era definita dalla propria patria, definire se stessi attraverso l'aggettivo che richiama la città dell'Aniene non era solo una designazione geografica, ma una vera e propria dichiarazione di appartenenza.

Le ricerche storiche ci suggeriscono che la presenza di abitanti di Tivoli nella Pompei di età sillana fosse tutt'altro che un fatto isolato. Gli intensi scambi commerciali e le trame culturali che legavano l'area romana al mondo greco-italico rendevano la mobilità un elemento costante della società. La conferma di questa consuetudine ci giunge anche dall'epigrafia funeraria ritrovata proprio a Tivoli, presso la dimora della famiglia Del Re, dove il nome Tiburtino appare inciso in ricordo di un giovane fanciullo. La collocazione del graffito pompeiano, situato sulla parete esterna del Theatrum tectum, aggiunge un tassello fondamentale al mosaico: il legame tra questo poeta e la nobile famiglia dei Loreii, il cui capostipite, Loreio Tiburtino, abitava una delle dimore più spettacolari di via dell'Abbondanza. L'antenato ritratto nel paludamento sacerdotale isiaco conferma come il nome di Tivoli fosse diventato, nelle terre campane, un vessillo di prestigio e di sacralità.

Leggere oggi quei versi significa compiere un viaggio nel realismo sentimentale di un uomo che, lontano da casa, affidava al muro il tormento di una passione travolgente. Il poeta descrive con immagini vivide il martirio amoroso, lamentando come le lacrime non riescano a spegnere il fuoco acceso negli occhi dell'amata, ma finiscano paradossalmente per alimentarlo. La firma, accompagnata dalla formula greca Tiburtinus epoiese, il "Tiburtino scrisse", rivela una raffinatezza intellettuale che richiama le suggestioni liriche di Saffo. È un brivido che attraversa i secoli, ricordandoci che, sebbene le città siano state divise dal destino del Vesuvio, la voce di un figlio di Tivoli continua a vibrare ancora oggi tra le pietre millenarie, custode di un amore che non conosceva confini geografici.

Fonti:

  • Bollettino di Studi Storici ed Archeologici di Tivoli, Annata 1919 (pp. 44-46, 155-157).
  • Bollettino di Studi Storici ed Archeologici di Tivoli, Annata 1927 (pp. 1159-1160).
  • Amanzio Tedeschi, Un graffito tiburtino trovato nella cosiddetta Villa di Zenobia, in Bollettino 1919.
  • Amanzio Tedeschi, Un poeta tiburtino a Pompei, in Bollettino 1919.
  • Matteo Della Corte, Una famiglia di sacerdoti Isiaci: I M. Lorei Tiburtini, citato in Bollettino 1927.
  • Carlo Zangemeister, Corpus Inscriptionum Latinarum (CIL), vol. IV,