La città sepolta dal mito: superstizioni, demoni e tesori perduti nel mistero di Tibur Vetus

 Quando l'Impero Romano d'Occidente crollò, portò con sé non soltanto la stabilità politica del Mediterraneo, ma anche la memoria storica dei suoi monumenti più straordinari. 


Tra le campagne tiburtine, l'immensa residenza di campagna dell'imperatore Adriano subì uno dei destini più singolari dell'archeologia antica. Spogliata dei suoi marmi, inghiottita da una vegetazione lussureggiante e svuotata della sua popolazione, la struttura perse la propria identità negli occhi degli abitanti locali.

Di fronte a un'estensione smisurata di vault crollati, terme monumentali e cunicoli sotterranei, la fantasia popolare del Medioevo non potè accettare che quel luogo fosse stato la semplice dimora di un solo uomo. Nacque così il fascino leggendario di Tibur Vetus, la convinzione che quelle rovine fossero i resti spettrali della prima e originaria città di Tivoli, abbandonata o distrutta a causa di una terribile catastrofe.

Per diversi secoli, contadini, pastori e viaggiatori guardarono a quel labirinto di mattoni con un misto di rispetto e terrore profondo. Nel contesto dell'Europa medievale, profondamente cristianizzata ma permeata di folklore, le imponenti vestigia dell'architettura romana venivano frequentemente demonizzate. Le sculture di marmo che riaffioravano dalla terra o che ancora nicchiavano tra i muri diroccati non erano percepite come capolavori dell'arte classica, ma come idoli pagani pietrificati, involucri maligni capaci di custodire maledizioni o di attrarre sventure sulle coltivazioni e sul bestiame. Attraversare l'area di Tibur Vetus dopo il tramonto era considerato un azzardo pericoloso, poiché la popolazione credeva fermamente che le anime degli antichi abitanti vagassero tra le cupole sventrate per proteggere il sito dagli intrusi.


L'immaginario collettivo trovò un terreno particolarmente fertile nel fitto sistema di gallerie e corridoi sotterranei che l'ingegneria romana aveva progettato per la servitù e i servizi della villa. La presenza di questi percorsi ipogei diede origine al racconto di una vera e propria città sotterranea, speculare a quella visibile in superficie. Particolarmente iconica divenne la profonda fenditura naturale nota come la Valle degli Inferi. La popolazione locale era convinta che la cupa caverna situata al termine della gola e gli oscuri cunicoli che vi si diramavano fossero un passaggio diretto verso il mondo dei morti. Le correnti d'aria che soffiavano attraverso gli oculi dei condotti e i suoni rimbombanti delle strutture sotterranee venivano interpretati come i lamenti delle anime dannate o come il respiro di creature demoniache insediate nelle viscere della terra.

A questa dimensione oscura si affiancava la costante ricerca di ricchezze nascoste. Poiché la figura dell'imperatore Adriano era ormai svanita dalla memoria comune, la struttura venne rielaborata dalla narrazione popolare come la Reggia Incantata o il Palazzo del Re di Tivoli Vecchio. La credenza che nei sotterranei fossero celati enormi tesori spinse generazioni di cavatori e tombaroli ad awenturarsi tra i ruderi. Ogni crollo improvviso delle volte o incidente durante gli scavi clandestini non veniva attribuito al degrado strutturale delle murature, bensì alla punizione inflitta dagli spiriti custodi del tesoro contro la sacrilega avidità dei viventi.

Con l'avvento del Rinascimento e la riscoperta dei testi classici, gli umanisti iniziarono a ricomporre la verità storica. Tra i primi e più importanti studiosi a documentare direttamente sia le strutture sia il folklore del luogo fu l'architetto e antiquario Pirro Ligorio, attivo nell'area durante il XVI secolo per conto del cardinale Ippolito II d'Este. Nei suoi preziosi manoscritti, Ligorio registrò con grande acume sia la toponomastica sia l'atteggiamento di timore reverenziale che la gente del posto continuava a nutrire verso le rovine.

Riguardo alla genesi stessa del nome e all'equivoco geografico che aveva tratto in inganno la popolazione, Pirro Ligorio annotava nel suo Trattato delle Antichità di Tivoli et della Villa Hadriana che il sito era comunemente «chiamato Tivoli vecchio quella famosa villa ch'Adriano ve fabricò di nome et concorso tale, che quel poco tempo nel quale durò frequentata involò per la molta frequentia quasi il nome a Tivoli, et quinci era corsa voce quel luogo esser Tivoli, per essere nel suo territorio, et vicino a Tivoli, et più frequentato». L'antiquario spiegava come la grandezza del complesso avesse finito per oscurare nella memoria la città reale, portando le persone a credere di trovarsi di fronte all'insediamento primitivo.

Ligorio descrisse inoltre la superstizione che circondava la Valle degli Inferi, sottolineando come il folklore locale trovasse persino un'apparente conferma nei ritrovamenti archeologici. Egli registrò la presenza del «luogo che dai paesani viene chiamato la Valle degli Inferi, dove si trovano certe specole et caverne oscure nel tufo tagliate», ricordando che proprio da quella gola emerse la statua raffigurante Ercole con Cerbero, il cane a tre teste posto a guardia dell'Ade. Di fronte alle gallerie buie, l'antiquario annotò che «gli paesani non v'entravano per timore di spiriti e di pericoli per i crolli, tenendo per fermo che fusse l'intrata degli Inferni degli antichi pagani».

Un altro aspetto ampiamente documentato da Ligorio fu l'ostilità e il timore nei confronti delle sculture romane, spesso distrutte dagli stessi abitanti del luogo per motivi che univano l'ignoranza al desiderio di purificazione religiosa. Con rammarico, l'architetto testimoniò la distruzione di opere straordinarie «per l'ignorantia de' villani et possessori di quei terreni, i quali molte statue bellissime et ornamenti di marmo hanno spezzato et ridotto in calce nelle fornaci, chiamando quelle figure paganerie e idoli diabolicamente fatti».

Nonostante gli studi umanistici di Ligorio, di Flavio Biondo e le visite di papa Pio II Piccolomini avessero chiarito la reale natura del sito come dimora imperiale adrianea, il mito di Tibur Vetus continuò a resistere a lungo nella toponomastica locale e nei rogiti notarili. La storia di questa città fantasma rimane oggi uno dei più affascinanti esempi di come la memoria dell'antico, una volta spezzata, possa venire ricreata e trasformata dal potere del racconto popolare.

Fonti 

  • Biblioteca Apostolica Vaticana (BAV): Cod. Vat. Lat. 5295, Pirro Ligorio, Trattato delle Antichità di Tivoli et della Villa Hadriana.

  • Archivio di Stato di Torino (AST): Codice Ja.II.7 (Vol. XXII), Pirro Ligorio, De la Villa Hadriana Tiburtina - Libro o vero trattato delle Antichità XXII.

  • Edizione Nazionale delle Opere di Pirro Ligorio: Libro dell'antica città di Tivoli e di alcune famose ville (Vol. 20), De Luca Editori d'Arte, Roma.

  • Alessandra Ranaldi:   Pirro Ligorio e l'interpretazione delle ville antiche, Edizioni Quasar, Roma, 2001.