L'indagine sulle radici linguistiche di Tivoli trova uno dei suoi contributi più affascinanti nelle ricerche di Igino Giordani, figura di spicco della cultura tiburtina del Novecento. Nato e cresciuto in una terra intrisa di storia, Giordani si distinse come uno dei soci fondatori del Bollettino di Studi Storici ed Archeologici di Tivoli, dimostrando fin da subito una poliedrica a tività intellettuale che spaziava dalla storia sacra alla filologia. La sua caratura di studioso fu tale che, tra il 1927 e il 1928, venne scelto per una prestigiosa missione vaticana negli Stati Uniti con lo scopo di analizzare l'organizzazione delle grandi biblioteche americane, come quella del Congresso, per applicarne i modelli al riordino della Biblioteca Apostolica Vaticana. Nonostante i suoi impegni internazionali, Giordani mantenne sempre un legame viscerale con la sua città natale, dedicando anni di studio alla conservazione del patrimonio immateriale rappresentato dal dialetto locale, che egli considerava una testimonianza vivente della latinità.
Il tema centrale delle sue riflessioni linguistiche riguarda la sopravvivenza del genere neutro nel dialetto tiburtino, un fenomeno che egli definisce singolare e di estremo interesse, spesso sfuggito anche ai ricercatori più attenti. Secondo Giordani, il popolo tiburtino ha conservato nel suo parlare quotidiano non solo alcune tracce sporadiche, ma lo spirito stesso del genere neutro latino, ormai scomparso nella lingua italiana moderna e in molte parlate neolatine. Questa persistenza si manifesta concretamente attraverso l'uso di articoli e pronomi specifici che differenziano chiaramente il maschile dal neutro. Mentre l'articolo maschile è reso con la forma lu, il genere neutro esige l'articolo lo, una distinzione che permette ai parlanti di esprimere sfumature concettuali sottili ma fondamentali.
Un esempio emblematico riportato dallo studioso riguarda la distinzione tra l'oggetto fisico e il concetto astratto. Se un tiburtino dice lu lume, si riferisce alla lampada intesa come oggetto, ma se utilizza la forma lo lume, intende richiamare il concetto di luce o il chiarore. Allo stesso modo, lu ferru indica un utensile specifico, mentre lo feru si riferisce al metallo in quanto materia. Questa regola si applica anche al cibo, dove lu presciuttu indica l'intero salume, mentre lo presciuttu identifica l'affettato o una parte di esso. Giordani classifica i nomi neutri in quattro categorie principali che comprendono sostantivi veri e propri come lo bene, lo male, lo sale e lo pane, ma anche aggettivi usati in forma astratta. Ad esempio, egli nota come lu bellu indichi un uomo di bell'aspetto, mentre lo bellu incarni il concetto ideale di bellezza, ricalcando perfettamente la funzione del pulchrum latino.
Oltre ai sostantivi e agli aggettivi, la sensibilità linguistica tiburtina riconosce come neutri anche tutti gli infiniti dei verbi adoperati in funzione di nome, come lo mède per il mietere o lo ride per il riso, così come alcuni avverbi sostantivati tra cui lo gghjone per indicare il piano inferiore di una casa. Giordani sottolinea che, sebbene al plurale il neutro tenda a confondersi con il maschile, la sua vitalità nel singolare rappresenta un caso di studio eccezionale per comprendere come una comunità possa preservare per secoli l'impronta di una lingua madre scomparsa. Per Giordani, fissare questi costrutti grammaticali prima che vengano erosi dall'ibridismo linguistico moderno era una missione di civiltà, un modo per onorare quella "Tibur Superba" che ancora parlava attraverso la voce dei suoi figli più umili.
fonti
- Bollettino di Studi Storici ed Archeologici di Tivoli, Annata 1919 (pp. 155-157).
- Bollettino di Studi Storici ed Archeologici di Tivoli, Annata 1920 (pp. 57-62, 142-148).
- Igino Giordani, Il genere "neutro" nel dialetto tiburtino, in Bollettino 1919.
- Igino Giordani, Il dialetto tiburtino (continuazione e fine), in Bollettino 1920.
- "Tivoli in America", cronaca di Igino Giordani, in Bollettino 1928 (pp. 1296-1299).
