Il 24 agosto
1837, nel cuore di una Roma sconvolta dal colera, il celebre medico Agostino
Cappello varcava la soglia della casa della famiglia Capodagli, nel rione di Trastevere,
trovandosi di fronte a uno scenario di profondo orrore. Dalla finestra di
quella dimora segnata dal contagio, il canonico Righi, parroco di Santa Maria
in Trastevere, indicò a Cappello una vicina casupola ormai vuota, dove la notte
precedente tutti e cinque i componenti della famiglia erano deceduti a causa
del morbo fulminante. Nonostante la tragedia consumata tra quelle mura, le
strade esterne brulicavano di venditori ambulanti che offrivano frutti estivi
altamente nocivi, come meloni, cocomeri e pomodori, consumati in grande
quantità dal popolo minuto che, sfidando l'evidenza del contagio, gridava
beffardamente "alla barba del colera!". Questo drammatico episodio
racchiude l'essenza della devastante epidemia che in quell'estate flagellò lo
Stato Pontificio, evidenziando lo scontro tra il rigore della scienza medica e
l'incoscienza popolare alimentata dalle intemperanze della politica.
L'epidemia di colera del 1837 rappresentò per lo Stato Pontificio un banco di
prova di enorme portata, spingendo le autorità a realizzare il primo vero
intervento strutturato nel campo dell'igiene pubblica. Tuttavia, la diffusione
del morbo asiatico fu grandemente agevolata da infrazioni e ritardi burocratici
che impedirono la tempestiva chiusura dei comuni infetti della provincia di
Campagna, come Ceprano e Monte San Giovanni, lasciando libero varco
all'importazione del contagio nella capitale. Di fronte all'avanzata del morbo,
la Congregazione speciale di sanità cercò di far valere i severi regolamenti
preventivi compilati da Agostino Cappello nel 1835, i quali prescrivevano l'uso
di rigorosi cordoni sanitari e quarantene per circoscrivere l'infezione.
Laddove queste norme vennero applicate con fermezza, come nel comune di Genzano
che si oppose virilmente alle ingerenze dell'alta polizia, le popolazioni
rimasero immuni, preservando intere legazioni.
Al contrario, l'intervento dell'alta polizia e del potere politico ruppe con
violenza le leggi di sanità pubblica nel resto delle province, vietando
l'isolamento preventivo e condannando territori come Tivoli e Subiaco a essere
più di tutti flagellati dall'epidemia. Il colera giunse a Tivoli nell'agosto
del 1837, protraendosi per circa due mesi e provocando un totale di 465
contagiati e 136 morti. Le salme delle vittime tiburtine furono tumulate presso
la chiesa rurale di Quintiliolo, mentre la popolazione, terrorizzata dal morbo,
si rifugiava nella preghiera e invocava la misericordia della Vergine Maria.
Oltre alle gravissime perdite umane, l'epidemia ebbe riflessi economici e
sociali fortemente negativi per Tivoli, legati alla necessità di bloccare i
movimenti delle persone e alla conseguente paralisi delle attività
commerciali.
In questo contesto d'emergenza, il ruolo di Agostino Cappello fu
straordinariamente attivo e instancabile. Già medico condotto a Tivoli per
oltre un decennio e profondo conoscitore della sua terra, Cappello si dedicò
giorno e notte alla cura e alla consultazione dei malati a Roma. Il 29 agosto
1837, la Commissione straordinaria di pubblica incolumità lo nominò membro del
suo consiglio medico, affidandogli l'incarico di ispettore e tutore dei rioni
urbani di Trevi, Colonna e Campo Marzo. Con indefessa attività, Cappello
eseguiva quotidiane visite ispettive, anche in ore notturne avanzate, verificando
la qualità dei farmaci e l'operato dei medici presso le case di soccorso e le
spezierie. Nei suoi dettagliati rapporti, egli elogiò la straordinaria
efficienza delle case di soccorso del rione Colonna, situata nel collegio
Capranica, e di Campo Marzo, presso San Carlo dei Milanesi, mentre censurò
duramente le gravi negligenze riscontrate nel rione Trevi, dove spesso non
trovava alcun medico o deputato in servizio. La sua testimonianza e i suoi
rigorosi studi scientifici sul colera, sebbene ostacolati dalle censure
governative e dalle rivalità accademiche, rimasero un baluardo per la difesa
della salute pubblica e della verità storica sull'epidemia.
fonti
- Agostino Cappello,Memorie istoriche dal 1 maggio 1810 a tutto l'anno 1847, 1848;
- Francesco Bulgarini, Notizie storiche, antiquarie, statistiche ed agronomiche intorno all'antichissima città di Tivoli e suo territorio di 1848;
- G. Coccanari, Nozioni di storia di Tivoli,1957;
- C. De Luca, Il tramonto delle aristocrazie cittadine nello Stato Pontificio, 2010;
- S. Viola, Tivoli nel decennio di , pubblicato nel 1848;
- Carlo Fea, Considerazioni storiche, fisiche, geologiche, idrauliche, architettoniche, economiche, critiche sul disastro accaduto in Tivoli il dì 16 novembre 1826, 1827;
- Filippo Alessandro Sebastiani, Viaggio a Tivoli,1828.