Il diciannove agosto del 14 d.C., la lunga e straordinaria parabola politica di Ottaviano Augusto si concluse a Nola, nella stessa stanza e nella stessa casa in cui molti anni prima era deceduto suo padre naturale Gaio Ottavio. Una coincidenza singolare, che vide la scomparsa del primo imperatore coincidere esattamente con il giorno in cui, decenni addietro, aveva assunto per la prima volta il consolato e il potere supremo. Ma dietro la versione ufficiale di una morte naturale dovuta alla vecchiaia e alla malattia si cela uno dei gialli più fitti ed inquietanti della storia romana, dominato dal sospetto di un avvelenamento e da una spietata lotta dinastica all'interno della stessa cerchia imperiale.
I primi gravi sospetti si addensarono sulla figura di Livia Drusilla, la potentissima e astuta consorte di Augusto, accusata da molti di aver tramato nell'ombra per eliminare il marito. Secondo i sussurri che iniziarono a circolare febbrilmente a corte, la salute dell'imperatore avrebbe subito un repentino e inspiegabile peggioramento dopo che era venuto a galla un viaggio segreto. Pochi mesi prima del decesso, infatti, Augusto si era recato in gran segreto sull'isola di Planasia per far visita al nipote esiliato Agrippa Postumo, l'ultimo discendente maschio diretto della dinastia giulia. Accompagnato solo dal fidato amico Fabio Massimo, il principe aveva riabbracciato il nipote tra le lacrime e la commozione, alimentando la concreta speranza di un suo imminente richiamo a Roma e di una sua reintegrazione nella linea di successione.
Questo viaggio clandestino avrebbe potuto scardinare i piani di Livia, la quale lavorava da anni per garantire la successione al trono di suo figlio Tiberio. Il segreto, tuttavia, non rimase tale: Fabio Massimo lo rivelò alla moglie Marcia, che a sua volta lo riferì a Livia, la quale si lamentò aspramente con il marito. Le conseguenze di questa fuga di notizie non tardarono a manifestarsi, portando alla misteriosa scomparsa dello stesso Fabio Massimo, morto poco tempo dopo in circostanze assai oscure, tanto che al suo funerale la moglie Marcia fu udita lamentarsi e accusare se stessa di essere stata la causa della rovina del coniuge. Livia, allarmata dalla minaccia rappresentata da Agrippa Postumo per la successione di suo figlio Tiberio, fu così fortemente sospettata di aver accelerato la fine del consorte con il veleno.
Quando Augusto si spense a Nola, la macchina del fango e del silenzio era già entrata in azione per gestire la delicatissima transizione del potere. Tiberio, che si era da poco avviato verso l'Illirico, fu richiamato d'urgenza da una lettera disperata di sua madre. Non è mai stato accertato se egli abbia trovato Augusto ancora in vita o se il principe fosse già esanime al suo arrivo a Nola, poiché Livia aveva fatto presidiare rigidamente la dimora e le strade d'accesso con guardie severissime, continuando a diffondere bollettini rassicuranti finché non fu tutto pronto per annunciare contemporaneamente la morte del principe e la presa del potere da parte di Tiberio.
Il primo atto del nuovo principato, non a caso, fu l'immediata eliminazione di Agrippa Postumo, trucidato barbaramente da un centurione mentre era disarmato. Tiberio cercò di difendersi di fronte al Senato fingendo che l'ordine fosse stato lasciato dallo stesso Augusto per via testamentaria, ma l'opinione pubblica ritenne che il delitto fosse stato ordinato da Tiberio e da Livia, spinti dall'odio novercale della donna e dalla paura di un rivale legittimo. Il testamento dell'imperatore, presentato e letto successivamente dalle vergini Vestali, nominava come eredi Tiberio e la stessa Livia, la quale veniva adottata nella famiglia Giulia prendendo il nome di Julia Augusta, suggellando così la vittoria della congiura di palazzo.
La transizione del potere fu segnata da una solenne e ipocrita cerimonia funebre in cui il corpo di Augusto fu trasportato a spalle dai senatori fino al Campo Marzio per la cremazione. La scorta armata dei soldati che presidiava il funerale per evitare disordini suscitò l'ironia dei cittadini più anziani, che trovarono paradossale il dover proteggere militarmente le esequie di un principe che aveva governato stabilendo una pace universale. Ma dietro quel paradosso si nascondeva la dura realtà: la Pax Augusta, nata dal sangue delle guerre civili, si chiudeva nello stesso clima di violenza, segreti e intrighi che avrebbe caratterizzato l'intera storia dell'Impero romano.
Fonti:
- Publio Cornelio Tacito, Annales (Libro I), 117 d.C.
- AA.VV., Storia di Roma 2. L'impero mediterraneo II. I principi e il mondo, Einaudi, 1991
