Il richiamo delle merci a Tibur: le fiere papali del Settecento e la rinascita commerciale di Tivoli
TIVOLI STORICA • ECONOMIA E MERCATI
La straordinaria storia delle fiere settecentesche che animarono TivoliLa città di Tivoli, storicamente nota come piazza d’elezione per il minuto commercio, vanta una tradizione mercantile straordinariamente ricca che affonda le proprie radici nel Medioevo e nel Rinascimento. Questo dinamismo economico si è espresso nel corso dei secoli attraverso la concessione di speciali privilegi per mercati e fiere, strumenti indispensabili per aggirare i rigidi dazi locali e attirare mercanti da tutto lo Stato Pontificio e dal vicino Regno di Napoli. Sebbene la città abbia vissuto alterne vicende di espansione e contrazione economica, il Settecento ha rappresentato un momento di cruciale riorganizzazione per queste manifestazioni, grazie a interventi papali mirati a sollevare le sorti materiali della comunità tiburtina. Per comprendere la portata delle riforme settecentesche, è necessario guardare ai precedenti storici che segnarono lo sviluppo delle fiere a Tivoli. Uno dei privilegi più antichi risale al 1470, quando papa Paolo II concesse con un apposito Breve la facoltà di tenere una fiera annuale l’otto di settembre, in coincidenza con la festività della Natività della Madonna. Più tardi, nel 1586, fu papa Sisto V a espandere questa prerogativa concedendo alla città la licenza per due fiere annuali di dieci giorni ciascuna, da tenersi il quattro aprile e il quattro ottobre. Questo secondo tentativo, caldeggiato dal governatore cardinale Luigi d'Este che giunse a inviare sul posto un auditore speciale per vigilare sull’ordine pubblico durante i giorni di mercato, andò incontro a un rapido declino dopo la morte del prelato. Come annotarono i cronisti dell’epoca, senza il favore diretto del cardinale la fiera finì per spegnersi come un lume a cui manchi l'olio, soffocata dalle discordie interne dei cittadini e dalle frequenti carestie. Un tentativo di rilancio si ebbe nel 1661, quando fu stabilita l'esenzione totale da dazi e gabelle per tutte le merci che transitavano a Tivoli, un provvedimento di eccezionale importanza per sostenere la nascente manifattura della lana e i commerci della zona. La vera e propria svolta per il commercio settecentesco si consumò nel 1706 grazie all'interessamento di una delle figure più influenti della storia ecclesiastica locale, l’eminentissimo cardinale Galeazzo Marescotti, che in passato aveva ricoperto la carica di vescovo di Tivoli. Forte del suo prestigio presso la corte papale, il Marescotti ottenne da papa Clemente XI un nuovo e fondamentale privilegio. Con un Breve datato tredici marzo 1706, il pontefice istituì formalmente due fiere annuali a Tivoli. Il novo calendario stabiliva che la prima fiera dell'anno dovesse iniziare il venti maggio, mentre la seconda era fissata nel mese di ottobre, in coincidenza con il giorno registrato nei testi d'archivio come "dì se, Ottobre". Entrambe le manifestazioni avevano una durata fissa di dieci giorni e, aspetto ancor più rilevante sotto il profilo economico, godevano di tutte le consuete esenzioni, franchigie e immunità di cui beneficiavano le fiere più importanti dello Stato Pontificio. La concessione di Clemente XI ebbe un impatto formidabile sulla vita quotidiana e sulla struttura sociale di Tivoli, trasformando la città in un punto di raccordo per i produttori dei castelli vicini e per i mercanti romani. Durante i dieci giorni di fiera, la piazza principale si popolava di venditori di bestiame, stoffe, panni di lana, cuoi conciati e generi alimentari. Per i produttori tiburtini era l'occasione ideale per smerciare i frutti della propria terra, in particolare l'olio d'oliva, il vino locale e le rinomate uve da mensa come il pizzutello e la pergolese, che venivano trasportate giornalmente verso i mercati della capitale. Nonostante le periodiche crisi di sussistenza e i tentativi delle autorità romane di imporre la propria egemonia economica sulla valle dell'Aniene, le fiere settecentesche rimasero un baluardo dell'autonomia municipale e dell'intraprendenza dei cittadini, la cui memoria storica avrebbe poi preparato il terreno per le successive concessioni mercantili dell'Ottocento. Fonti Consultate
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• Curiosità & Approfondimenti •
Scorcio evocativo e memorie delle antiche fiere e dei mercati tiburtini.
Qual era il vero volto economico di Tivoli nel Settecento tra agricoltura, idraulica e mercati franchi?
Nel Settecento, Tivoli non era una semplice località di villeggiatura, ma un dinamico polo manifatturiero e commerciale che si distingueva nettamente dalle aree esclusivamente agricole che circondavano Roma.
1. Un equilibrio pre-industriale: La sua economia, mossa dall'inesauribile forza idraulica del fiume Aniene, seppe trovare un felice equilibrio tra una ricca produzione agraria e una forte vocazione manifatturiera.
2. La spinta di Clemente XI: Il secolo si aprì con un importante slancio per gli scambi commerciali: nel 1706, papa Clemente XI istituì due fiere annuali franche della durata di dieci giorni ciascuna (una a partire dal 20 maggio e l'altra a ottobre), concedendo esenzioni totali da dazi e gabelle che incentivarono il transito di merci verso Roma e i castelli limitrofi.
3. Il pilastro dell'olivicoltura: Sotto il profilo agricolo, sebbene la maggior parte del suolo fosse destinata ai cereali per il fabbisogno locale, l'olivicoltura rappresentava il vero pilastro d'oro della comunità tiburtina.
4. I dati del Catasto del 1739: Il catasto del 1739 registrò nel territorio tiburtino ben 103.045 piante di olivo coltivate su circa 500 rubbie (270 ettari) di terreno, alimentando un commercio floridissimo e costante con i mercati della vicina capitale grazie anche all'eccellente olio e al rinomato pizzutello.
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