Passa ai contenuti principali

Le Cascate di Tivoli e le acque dell'Aniene : Cronaca di una Concessione Idroelettrica Controversa

VILLA ADRIANA • FOCUS ARCHEOLOGICO

L'Aniene: un fiume amaro tra bellezze naturali e sfruttamento industriale

L'Aniene è un fiume amaro, testimone silenzioso di una secolare contesa che ha visto contrapporsi le bellezze paesaggistiche di Tivoli, i diritti storici della sua comunità e le insaziabili esigenze dello sviluppo industriale della capitale d'Italia. Questa complessa vicenda idraulica affonda le sue radici nei secoli scorsi, quando l'Aniene non era solo uno spettacolo per i viaggiatori del Grand Tour, ma anche la forza motrice primaria per opifici, mulini, ferriere e polveriere che sorgevano lungo le sue sponde. La regolazione del flusso del fiume è sempre stata una questione vitale e tormentata, costellata da piene devastanti come quella del 1826, che spinse Papa Gregorio XVI a ordinare la monumentale deviazione del corso d'acqua attraverso i cunicoli del Monte Catillo, consegnata solennemente alla comunità nel 1855.

Negli ultimi decenni dell'Ottocento, il passaggio allo Stato unitario generò una forte confusione burocratica e l'insorgere di appetiti speculativi legati alla nascita dell'energia elettrica. Il fulcro dei primi gravi contenziosi fu la Concessione Vescovali del 1892, un progetto per una grande derivazione d'acqua basato sul presupposto, tecnicamente errato, che il fiume avesse una portata costante di ventuno metri cubi al secondo. In realtà, studi idrometrici successivi dimostrarono che la portata reale di magra non superava i dodici metri cubi al secondo, riducendo drasticamente la risorsa effettivamente disponibile e scatenando le opposizioni del Comune di Roma, dell'Intendenza di Finanza, della Provincia e dello stesso Comune di Tivoli. Solo dopo una lunga battaglia legale, il 17 luglio 1909 venne stipulato uno storico Atto di Transazione tra lo Stato, il Comune di Tivoli e gli utenti locali. Questo accordo, pur riconoscendo la demanialità delle acque dell'Aniene, sancì formalmente che l'uso e il pieno godimento delle portate deviate attraverso i cinque canali storici (Este, Forma, Brizio, Casacotta e Spada) appartenevano al Comune e agli utenti tiburtini, legittimando un diritto secolare di prelazione e di sfruttamento energetico.

Il Regio Decreto del 1920: la nascita della Grande Derivazione

Il quadro legislativo e tecnologico subì una svolta radicale con la pubblicazione delle leggi Bonomi del 1916 e Peano del 1919, concepite per promuovere l'elettrificazione industriale del Paese attraverso la creazione di grandi impianti idroelettrici a salto unico. In questo contesto si giunse all'emanazione del fondamentale Regio Decreto del 9 settembre 1920, n. 8988, che accordò per sessanta anni la concessione della cosiddetta Grande Derivazione al costituendo Consorzio tra il Comune di Tivoli e la Società Anglo-Romana. Il provvedimento governativo preferì la domanda di Tivoli rispetto a quella concorrente di Roma proprio in virtù degli speciali diritti storici garantiti dalla Transazione del 1909. Dal punto di vista economico e normativo, il decreto stabilì l'esenzione dal canone erariale per la potenza corrispondente ai cinque antichi canali storici di Tivoli, quantificata in ben ventiduemilacinquecentotrentadue cavalli nominali. Al contempo, il disciplinare impose al Consorzio l'obbligo di riserva a favore del Comune di Roma, che aveva diritto di ricevere a prezzo di costo una quota di energia pari al quindici per cento di quella totale producibile dagli impianti consorziali per l'intera durata della concessione.

"Le cascate di Tivoli possono sparire?": la denuncia e l'allarme ecologico di Pio Bottoni

Se la Grande Derivazione del 1920 rappresentò un indubbio trionfo per gli interessi commerciali e industriali del Consorzio, essa scatenò un'accorata reazione nel mondo della cultura e della tutela del paesaggio, di cui Pio Bottoni si fece interprete nel suo celebre saggio del 1923 intitolato "Le cascate di Tivoli possono sparire?". Bottoni lanciò un durissimo atto di accusa contro gli effetti del Regio Decreto del 1920, paventando che lo sfruttamento idroelettrico avrebbe soppresso di fatto le cascate e rovinato irreparabilmente il magico scenario tiburtino. La sua critica si concentrò sulle drastiche riduzioni delle portate idriche destinate ai monumenti naturali, confrontando le magre concessioni del 1920 con le tutele del 1909. Bottoni denunciò che la portata della Grande Cascata, che secondo la transazione del 1909 poteva oscillare da uno a quattro metri cubi al secondo, veniva ridotta a un massimo di poco più di due metri cubi in tempo di piena e ad appena zero virgola otto metri cubi al secondo in tempo di magra assoluta, una quantità che egli definì una miseria e che temeva sarebbe stata interamente azzerata per alimentare le turbine nei momenti di magra.

La denuncia del saggista si estese anche alle altre bellezze storiche del territorio, evidenziando il dimezzamento della dotazione delle Grotte di Nettuno e delle Sirene, la cui portata passava da ottocento a quattrocento litri al secondo, e il drastico impoverimento delle Cascatelle di Mecenate, ridotte ad appena uno virgola due metri cubi al secondo. Bottoni accusò i redattori del disciplinare di aver celato queste riduzioni dietro una terminologia volutamente equivoca e confusa, parlando di una dotazione cumulativa di otto moduli per confondere il pubblico e mascherare il danno arrecato anche alla storica Villa d'Este, la quale non vedeva rispettato il proprio diritto storico a derivare oltre due metri cubi d'acqua sancito nel 1896. Bottoni criticò aspramente lo scempio visivo introdotto dalle opere industriali, come tubature, bacini artificiali e fabbricati, che deturpavano l'armonia della natura. Concludendo il suo storico appello, Bottoni ricordò che la distruzione della magica sinfonia dell'Aniene sarebbe stata una sciagura mondiale e una vergogna nazionale, esortando tutti gli italiani a difendere le cascate tiburtine a ogni costo.

Fonti Consultate:
Archivio Storico Comunale di Tivoli; Saggio "Le cascate di Tivoli possono sparire?" (P. Bottoni, 1923); Regio Decreto 9 settembre 1920, n. 8988; Atti della Transazione del 1909.
• Curiosità & Approfondimenti •
Cascate di Tivoli
Le Cascate di Tivoli in una veduta storica di Hubert Robert.
Chi era Pio Bottoni?

Pio Bottoni (Tivoli 1883 - Roma 1936) è stato un importante pittore, decoratore e intellettuale, ricordato sia per il suo raffinato valore artistico che per il suo appassionato attivismo in difesa delle bellezze naturali della sua città natale, Tivoli.

La carriera artistica e lo stile: Esponente di spicco del panorama romano e vicino al gruppo "In Arte Libertas", Bottoni fu un pittore divisionista e simbolista colto, profondamente legato ai paesaggi della campagna laziale e umbra. Venne definito dai contemporanei "l'ultimo pittore poeta di Villa d'Este" per via della sua celebre e suggestiva serie di dipinti dedicata alle fontane monumentali della villa estense.
Il difensore delle Cascate: Di fronte alla minaccia dello sfruttamento industriale selvaggio e del prosciugamento delle cascate in seguito alla concessione idroelettrica del 1920, Bottoni si fece portavoce di una strenua battaglia ecologica. Nel 1923 pubblicò il memorabile e accorato saggio di denuncia "Le cascate di Tivoli possono sparire?", un vibrante appello all'opinione pubblica nazionale ed internazionale.
Le opere celebri: Tra i suoi lavori più noti spiccano il dipinto Il Foro Romano allagato dalla piena del Tevere del 900 (custodito al Museo di Roma), la tela Augusta Perusia (esposta alla Galleria d'Arte Moderna di Roma) e i pregevoli affreschi sacri eseguiti nella chiesa dell'Immacolata Concezione a Roma.
Il ricordo storico: Dopo la sua scomparsa nel 1936, venne solennemente commemorato nell'Arcadia di Roma dall'illustre storico tiburtino Vincenzo Pacifici, che ne elogiò la sensibilità artistica, l'instancabile generosità e la profonda rettitudine intellettuale.