Censura nel Rinascimento: l'enigma dell'unico esemplare mutilo della "Tiburis Urbis Historia"
Nel panorama culturale del tardo Cinquecento, la stesura di una cronaca cittadina poteva rivelarsi un'operazione assai rischiosa, capace di scatenare feroci censure e risentimenti personali. È questo il singolare destino della Tiburis Urbis Historia (nota in alcune copie manoscritte anche come De rebus Tiburtum), la prima opera storica organica dedicata alla città di Tivoli, scritta in un latino elegante e ricercato dal medico e umanista tiburtino Marcantonio Nicodemi. Di questo prezioso lavoro non sopravvive oggi che un unico e incompleto esemplare a stampa in tutto il mondo, custodito presso la Biblioteca Alessandrina di Roma. Il volume presenta una vistosa anomalia che ha da sempre catturato l'attenzione dei bibliofili: è privo sia del frontespizio originale sia delle pagine finali.
La spiegazione più affascinante di questa mutilazione risiede in una deliberata azione di censura materiale. Gli storici ritengono infatti che i fogli iniziali e finali siano stati strappati intenzionalmente e a bella posta per eliminare sgradite allusioni personali o riferimenti poco lusinghieri rivolti a influenti cittadini e famiglie dell'epoca. Marcantonio Nicodemi, profondo conoscitore della realtà locale, non dovette risparmiare critiche pungenti ai suoi contemporanei. Per evitare vendette o scandali pubblici, i possessori delle prime copie decisero di applicare una censura fisica e definitiva sui testi, eliminando i passaggi ritenuti offensivi prima che l'opera potesse circolare liberamente.
La sfortuna editoriale dell'opera non si limita alla censura delle singole copie. L'esemplare della Biblioteca Alessandrina conta 240 pagine in formato sedicesimo e si interrompe bruscamente nel bel mezzo di un enunciato durante il racconto delle vicende dell'anno millequattrocentosessanta, proprio sul limitare degli avvenimenti contemporanei vissuti dallo scrittore. Per spiegare la quasi totale scomparsa delle altre copie stampate, si è pensato alla morte improvvisa del Nicodemi prima del completamento dei lavori, a rappresaglie dirette dei suoi nemici oppure a un tragico incidente nella tipografia che portò alla distruzione dei manoscritti e dei fogli già impressi.
L'esemplare superstite giunse alla Biblioteca Alessandrina nel milleseicentosessantasei dalla Biblioteca Aniciana del Collegio Gregoriano di Roma, alla quale era stato donato nel milleseicentoquarantuno dal benedettino Costantino Gaetani. Nonostante la gravissima mutilazione, l'opera di Nicodemi rimane una fonte insostituibile per lo studio di Tivoli, avendo preservato la memoria di epigrafi e documenti medievali oggi del tutto perduti. Il mistero delle sue pagine strappate rimane il simbolo di un'epoca in cui la verità storica doveva fare i conti con la censura e la forza del silenzio.
• Marco Antonio Nicodemi, Tiburis Urbis Historia, a cura di Amedeo Bussi e Vincenzo Pacifici, Tivoli, Sede della Società in Villa d'Este, 1926.
Antica stamperia
Diverse iscrizioni antiche ci sono note unicamente grazie alla sua trascrizione. L'archeologia moderna ne ha riconosciuto l'immenso valore, tanto che nel fondamentale Corpus Inscriptionum Latinarum (CIL XIV), iscrizioni cruciali come quelle registrate sotto i numeri 3649, 3564 e 3755 sono sopravvissute solo ed esclusivamente perché riportate dal Nicodemi.
Il volume custodisce preziose memorie della vita politica e amministrativa tiburtina, colmando i vuoti di un archivio ormai spogliato. Per compiere questa opera di recupero, il Nicodemi attinse anche a trascrizioni precedenti, prima fra tutte quella paziente e accurata realizzata nella prima metà del Cinquecento dal noto notaio tiburtino Antonio di Simone Petrarca.