TIVOLI • STORIA ED ARCHEOLOGIA
Il sarcofago di Flavio Agricola: la scoperta del 1626 sotto la Basilica di San PietroRaffigurazione d'epoca e rilievo del sarcofago di Flavio Agricola. Nel cuore pulsante della cristianità, proprio laddove l’arte barocca stava per elevare uno dei suoi massimi capolavori, la terra restituì una voce dal passato capace di far tremare le fondamenta del dogma seicentesco. Era il 14 agosto 1626 quando, durante i complessi scavi per la posa dei fondamenti delle quattro imponenti colonne bronzee del baldacchino del Bernini nella Basilica di San Pietro a Roma, emerse un monumento che non avrebbe potuto trovarsi in un luogo più inopportuno. In quel lembo di terra dove passava l’antica Via Cornelia, a pochissima distanza dalla veneratissima tomba dell’Apostolo, venne alla luce il sepolcro di un illustre cittadino di Tivoli: Flavio Agricola. Il sarcofago, realizzato in marmo finissimo e mirabilmente conservato, presentava una copertura di rara bellezza iconografica che ritraeva il defunto nella classica posa del discumbens, ovvero sdraiato su un letto conviviale. Flavio Agricola appariva ritratto nudo dal mezzo in su, con un viso rotondo e una barba che gli incorniciava le mascelle, colto nell'eterno gesto di sollevare una patera, o tazza, con la mano sinistra, come se fosse ancora intento a brindare nel bel mezzo di un banchetto. L’appartenenza di questo personaggio alla nobiltà tiburtina non era un mistero, poiché il marmo stesso cantava la sua origine attraverso un epitaffio in versi che esordiva con la fiera dichiarazione: Tibur mihi patria; Agricola sum vocitatus. Le fonti descrivono Agricola come un esponente di una famiglia rispettabilissima e facoltosa della superba Tibur, vissuto probabilmente durante la miglior epoca dell'Impero, forse sotto la dinastia dei Flavi. L’iscrizione ricordava con affetto anche la moglie, Flavia Primitiva, definita come coniuge gratissima, e il figlio Aurelio Primitivo, visto come la speranza per la continuazione della stirpe. Tuttavia, non fu la nobiltà delle sue origini a turbare le autorità ecclesiastiche, bensì la filosofia di vita che traspariva con prepotenza dai versi incisi sul marmo. L’epitaffio di Agricola era infatti un inno all'epicureismo più puro e sensuale, un’esortazione esplicita a godere dei piaceri della tavola e dell'amour carnale finché la vita lo permetteva. Le parole che invitavano a bere con il capo cinto di fiori e a non negare amplessi venerei alle belle fanciulle furono giudicate inaudite e profanatorie in un luogo così sacro. Il contrasto tra la rigida morale della Controriforma e la gioiosa libertà pagana di questo tiburtino trovò una risoluzione drastica per ordine di Papa Urbano VIII Barberini. Per cancellare il ricordo di tale scandalo accanto alla tomba di San Pietro, la statua, le ossa e il sarcofago furono rimossi e trasportati in un luogo ignoto. Secondo alcune tradizioni popolari, le spoglie dell’epicureo Agricola furono addirittura gettate nel Tevere, affinché la corriente portasse via l’imbarazzante testimonianza di una Tibur antica che celebrava la vita proprio nel cuore della morte cristiana. Fonti Consultate
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• Curiosità & Approfondimenti •
L'arte di godere del presente: la lezione eterna di Epicuro tra le ville di Tibur
Tra le filosofie del mondo antico che hanno segnato l'immaginario collettivo, l'epicureismo occupa un posto del tutto singolare, sospeso tra l'incomprensione dei contemporanei e la condanna dei posteri.
1. Un'immagine distorta dai secoli:
Nell'antica Roma, e in particolare tra le splendide dimore della campagna tiburtina, dichiararsi seguaci di Epicuro significava abbracciare uno stile di vita che faceva discutere. I detrattori amavano dipingere gli epicurei come gaudenti sfrenati, dediti unicamente ai piaceri della tavola e della carne. La realtà storica ci racconta una verità molto diversa e infinitamente più profonda.
2. La vera dottrina del Giardino:
Nata ad Atene nel IV secolo a.C. attorno alla celebre scuola del Giardino, la dottrina di Epicuro non predicava l'eccesso, bensì la ricerca della pace dell'anima (atarassia) attraverso la sobrietà, l'amicizia e l'assenza di dolore. Gli dei non si curavano delle vicende umane e la morte non doveva incutere timore: «Finché ci siamo noi, essa non c'è, e quando c'è lei, non ci siamo più noi».
3. Tivoli, rifugio epicureo:
Tivoli, con il suo clima mite, la natura rigogliosa e le sue acque, divenne il luogo ideale per mettere in pratica il precetto epicureo del «vivere nascosti» (lathe biosas). Nelle lussuose residenze della superba Tibur, illustri patrizi cercavano rifugio dal caos dell'Urbe per dedicarsi alla lettura, alla meditazione e alla convivialità raffinata.
4. La consapevolezza del presente:
Anche quando gli epitaffi funerari romani — come quello del celebre Flavio Agricola — traducevano questa filosofia in inviti popolari a cogliere la giovinezza e a brindare alla vita, al centro rimaneva la preziosità del tempo presente. Riscoprire il pensiero epicureo significa comprendere le radici di quel modo tutto tiburtino di amare la bellezza e il valore inestimabile di ogni singolo istante. |
