Il giorno in cui una spada e un precipizio salvarono Tivoli dalla cenere.

La drammatica storia di Tivoli durante la Guerra dei Caraffeschi (1556-1557): dall'occupazione spagnola alla furia devastatrice dei Guasconi, sventata dal coraggio di Torquato Conti.



immagine di fantasia generata con AI



La metà del XVI secolo rappresentò per lo Stato Pontificio uno dei periodi più turbolenti dell'era moderna, culminato nella cosiddetta Guerra dei Caraffeschi svoltasi tra il 1556 e il 1557. Il pontefice Paolo IV Carafa, spinto dall'ambizione di ridimensionare l'egemonia imperiale nella penisola, entrò in aperto conflitto con il re di Spagna Filippo II per il controllo del Regno di Napoli e dell'Abruzzo. Nel quadro di questo scontro internazionale, il territorio tiburtino venne immediatamente a trovarsi al centro delle operazioni belliche, poiché la città di Tivoli era storicamente considerata la chiave d'accesso strategica per la difesa di Roma. Per prevenire le mosse dell'esercito spagnolo, il Papa inviò d'urgenza il condottiero Francesco Orsino a fortificare il perimetro urbano e la Rocca Pia. Le esigenze difensive furono talmente pressanti che le autorità pontificie ordinarono la demolizione dell'antica chiesa di San Clemente per far posto ai nuovi bastioni, mentre la popolazione dovette affrettare la vendemmia con enormi perdite economiche a causa dell'imminente arrivo delle truppe imperiali.

Nel settembre del 1556, l'imponente esercito spagnolo guidato dal Duca d'Alba, viceré di Napoli, giunse nei pressi di Ponte Lucano a un solo miglio dalle mura cittadine. Constatata l'impossibilità di resistere a una forza numerica travolgente e dotata di potenti artiglierie, i comandanti delle truppe papali evacuarono Tivoli. Il Magistrato tiburtino, con l'intento di evitare il saccheggio e la rovina del territorio, inviò i propri ambasciatori a consegnare le chiavi della città al Duca d'Alba. Nonostante il generale spagnolo avesse emanato un severo bando che puniva con la pena di morte i soldati responsabili di violenze o danneggiamenti alle piantagioni agricole, la presenza delle forze imperiali impose un durissimo regime di occupazione. Il conte di Popoli ordinò infatti il totale disarmo degli abitanti e prelevò dieci facoltosi nobili cittadini tiburtini come ostaggi, trasferendoli sotto stretta prigionia nella rocca della vicina Vicovaro per scongiurare qualsiasi tentativo di rivolta.

La situazione conobbe un improvviso stravolgimento nei mesi successivi, quando le truppe papali, rinforzate da contingenti d'oltralpe inviati dal re di Francia Enrico II e guidate da Pietro Strozzi, mossero contro Vicovaro. L'assedio condotto dai soldati Guasconi portò all'espugnazione della fortezza e alla liberazione dei dieci ostaggi tiburtini, dopodiché le truppe d'oltralpe rientrarono a Tivoli. Tuttavia, l'atteggiamento dei soldati Guasconi si rivelò ben presto brutale e indisciplinato verso la popolazione civile. Giudicando la posizione di Tivoli difficile da difendere in caso di controffensiva spagnola, il comandante francese Monsieur de Ceuri maturò la spietata decisione di dare alle fiamme l'intera città e di consegnarla al saccheggio dei suoi soldati prima della ritirata, iniziando persino a distruggere le macchine dei mulini da grano affinché gli imperiali non potessero trovare alcuna riserva alimentare.

A sventare la totale distruzione della città fu l'intervento provvidenziale di Torquato Conti, duca di Poli e nobile ufficiale romano in servizio presso le forze del Papa. Con grande intuito e abilità diplomatica, il Conti cercò dapprima di dissuadere Monsieur de Ceuri, facendogli notare che a differenza dei centri francesi una città in pietra come Tivoli non si sarebbe mai più ricostruita e che un simile atto di devastazione avrebbe suscitato la profonda sdegno del Pontefice e della Santa Sede. Notando tuttavia che i soldati Guasconi continuavano a sbandarsi e a distruggere le scorte di cibo, Torquato Conti ideò uno stratagemma per spingerli alla marcia fuori dalle mura, simulando l'imminente arrivo delle pattuglie nemiche e dando ordine di rullare i tamburi.

La tensione toccò il punto di svolta nei pressi di Piazza San Croce, quando un soldato insolente iniziò a incitare la truppa gridando ad alta voce di dare libero sfogo al saccheggio. Senza esitare, Torquato Conti impugnò la spada e lo trapassò a morte, proclamando con fermezza la propria fedeltà al Papa e imponendo la disciplina agli uomini sgomenti. Poco dopo, mentre la colonna militare cercava di attraversare lo stretto ponte levatoio della Cornuta sull'Aniene, un cavaliere guascone si posizionò al centro del passaggio per ostruire la marcia e spingere i compagni a tornare indietro a saccheggiare l'abitato. Torquato Conti lo affrontò direttamente sul baratro, afferrò con forza le redini del cavallo e con un gesto di straordinaria potenza scaraventò sia l'animale sia il cavaliere nel precipizio del fiume. Terrorizzati da quell'atto di inflessibile determinazione, i soldati abbandonarono ogni proposito di saccheggio e ripresero ordinatamente la marcia verso Vicovaro, lasciando Tivoli salva e intatta.

La profonda gratitudine della comunità tiburtina per l'eroico salvataggio si tradusse in una solenne delibera del Consiglio Comunale, che proclamò Torquato Conti e la sua famiglia esenti in perpetuo da ogni gabella e dazio cittadino, un privilegio d'onore che la città non aveva mai concesso a nessun altro barone o principe all'fuori del palazzo del Papa. Il lungo calvario della guerra si avviò alla conclusione nei mesi successivi, fino alla firma del trattato di pace stipulato il 14 settembre 1557 tra il Duca d'Alba per conto di Filippo II e il cardinale Carlo Carafa per il Pontefice, un atto che sanzionò la fine delle ostilità e restituì definitivamente la serenità e gli antichi privilegi alla città di Tivoli.


fonti:

Giovanni Maria Zappi, Annali e Memorie di Tivoli, 1920.

Francesco Bulgarini, Notizie storiche, antiquarie, statistiche ed agronomiche intorno all'antichissima città di Tivoli e suo territorio, 1848.

Fabio Gori, Viaggio istorico-antiquario da Roma a Tivoli e Subiaco, 1855.

Giuseppe Cascioli, Gli uomini illustri o degni di memoria della città di Tivoli dalla sua origine ai nostri giorni, 1927.

Giuseppe Marocco, Monumenti dello Stato Pontificio e relazione topografica di ogni paese, 1835.

Vincenzo Pacifici, Ippolito II d'Este cardinale di Ferrara, 1920.