L'acqua che accese la meraviglia: la vera storia dell'Acquedotto Rivellese e i segreti di Villa d'Este

L'Acquedotto Rivellese rappresenta un capolavoro dell'ingegneria idraulica rinascimentale tiburtina, nato per rispondere al secolare problema dell'approvvigionamento di acqua potabile a Tivoli e al contempo per soddisfare i grandiosi sogni scenografici del cardinale Ippolito II d'Este. 



Nel 1560, il nobile tiburtino Girolamo Croce e suo figlio Giovanni Andrea, vescovo della città, donarono alla comunità la sorgente nota come Acqua Rivellese o Vergine, situata nella tenuta di famiglia in contrada Arci, sulle pendici del Monte Sant'Angelo in Arcese. Riconfermato governatore di Tivoli, Ippolito II d'Este promosse e cofinanziò l'opera insieme al Comune, sostenendo una spesa rilevante per la costruzione del condotto. Sotto la direzione del celebre architetto e antiquario Pirro Ligorio, affiancato da valenti esperti come Camillo Marzi e Giovanni Alberto Galvani, i lavori avanzarono rapidamente e l'acqua giunse in città nel 1561.

Il percorso della condotta si snodava per oltre quattro chilometri lungo i pendii montuosi che sovrastano la vallata, seguendo le curve di livello e articolandosi in ben sedici pozzetti d'ispezione e decantazione denominati tradizionalmente bottini. Presso il Convento dei Frati Cappuccini, l'acquedotto raggiungeva il suo primo snodo fondamentale, lo spartimento terminale, ideato per dividere la risorsa idrica assegnandone due terzi all'uso pubblico cittadino e un terzo all'uso esclusivo del Palazzo Estense e della sua corte. Per superare l'ampia fossa della fortezza di Rocca Pia e fare ingresso nel cuore dell'abitato, l'opera si elevava su una caratteristica serie di arcate in muratura, le quali sono rimaste un elemento iconico del paesaggio tiburtino fino alla loro definitiva demolizione avvenuta nel 1913. L'acqua pubblica andava così ad alimentare le prime fontane monumentali della città, tra cui quelle di Piazza Trento, Piazza Santa Croce, Via del Trevio e Piazza Palatina.

L'impiego delle acque del Rivellese all'interno di Villa d'Este segnò l'inizio della meraviglia idraulica che avrebbe reso celebre la dimora cardinalizia in tutta Europa. L'acqua entrava nel complesso giungendo al cortile interno del palazzo, dove la Fontana di Venere, decorata con un sarcofago antico e sormontata dal busto di Costantino Imperatore, venne concepita come la grandiosa mostra monumentale dell'acquedotto stesso. Poiché la portata della sorgente era relativamente contenuta, trattandosi di circa cinque litri al secondo, le acque non potevano garantire il funzionamento continuo e simultaneo delle immense fontane del parco. Per ovviare a questo limite, Ippolito II fece realizzare tre grandi cisterne di accumulo che raccoglievano l'acqua e la rilasciavano a intermittenza per azionare i primi spettacolari giochi idraulici del giardino.

In questa prima fase costitutiva, la condotta del Rivellese alimentava la Fontana dell'Elicorno nel giardino segreto, la Fontana di Pegaso, la sezione inferiore della scenografica Fontana dell'Ovato, il maestoso Diluvio e gli svariati scherzi d'acqua e meccanismi sonori della Fontana dell'Organo. Tuttavia, la crescente complessità dei progetti di Pirro Ligorio rese presto evidente la necessità di una massa idrica ben più imponente. Per questa ragione, tra il 1564 e il 1565, il cardinale fece scavare nel travertino il Canale Estense, una galleria di oltre duecentocinquanta metri che derivava l'acqua direttamente dal fiume Aniene con una portata imponente. L'entrata in funzione del canale fluviale consentì di sgravare l'Acquedotto Rivellese dall'alimentazione continua delle fontane monumentali, restituendolo prevalentemente all'uso potabile del palazzo ed ereditando un ruolo storico fondamentale nella nascita di uno dei giardini più belli del mondo.


Fonti :

Luca Messina, Tivoli Gli Acquedotti Romani dal Fosso dell'Empiglione fino all'antica Strada di Pomata, 2024.

Giuseppe Seni, Villa d'Este in Tivoli, 1902.

Società Tiburtina di Storia e d'Arte, Atti e Memorie della Società Tiburtina di Storia e d'Arte, 1935.

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